“Per non dimenticare…”

Apr 5, 2012 | Altre Notizie | 0 commenti

di Crescenzio Bastioni, Cer

Il 6 aprile 2009 una scossa di magnitudo 5,9 della scala Richter devastava la provincia de L’Aquila, provocando 309 vittime, 1650 feriti e la distruzione di gran parte della città capoluogo e dei Comuni limitrofi. Un evento drammatico per la popolazione aquilana con tante famiglie che hanno perso affetti e tutto ciò che avevano costruito e realizzato, ma anche una tragedia vissuta con grande partecipazione da tutti gli italiani che sin da subito hanno dimostrato la loro solidarietà.

A tre anni dalla tragedia che ha sconvolto per sempre la vita degli aquilani, dobbiamo essere uniti nel ricordo, nel dolore, ma anche nella speranza. Siamo vicini ed abbracciamo forte le famiglie che, in quei pochissimi tragici secondi, di quell’indimenticabile 6 aprile, si sono ritrovate prive degli affetti più cari, della serenità, dell’equilibrio sociale ma anche economico. Nessuna parola, per quanto sincera e sentita, potrà lenire le loro ferite, attenuare la loro sofferenza.

L’AQUILA. IL GIORNO DOPO. Dal diario di un Volontario…

“… anche l’alba tardava. Sembrava non volesse illuminare quelle immagini. Nel grigiore mi ero seduto in basso, su di una pietra, quasi a difendermi dal vento freddo. I miei pensieri tornavano al giorno precedente, ai soccorsi senza un attimo di tregua, alla notte trascorsa tra le macerie, anche quando si procedeva ormai al buio, a tentoni. Ora la stanchezza, causa di qualche caduta e di numerosi errori, mi consiglia di smettere, di dormire almeno qualche ora per recuperare le forze.

Da quanto tempo non si riusciva a dormire? Grida, occhi disperati, pieni di terrore, senza lacrime, quei silenzi di molti restavano nella mente, indelebili.

Guardavo le tende appena montate. Ordinatamente allineate. Il silenzio. Immaginavo quanti all’interno immobili, il pensiero che tornava alla paura, a ciò che era accaduto così violentemente, nel giro di pochi secondi. Affetti, speranze, lo scopo di una intera vita in polvere.

Si, la povere. Era ovunque. Bastava spostare qualche pietra. Spesso era necessario operare con le mani, delicatamente, alla ricerca di un corpo, di una vita.

Impresso nella memoria quel grido: “ qui! Presto! “ I più vicini accorrono. Con la massima cura scavano. Nelle loro mani ora un piccolo corpo poco più che un neonato. Il pigiamino intriso di sangue. Non il profumo del borotalco ma l’acre odore del sangue. Non una carezza di affetto della mamma ma l’abbraccio crudele della morte. Viene dolcemente deposto in un sacco scuro che lo avvolge chiudendosi. Scompare così alla vista, scompare alla luce, il destino crudele gli ha negato per sempre la luce del sole, il futuro.

Pochi metri più in là ancora quel grido: “qui! Presto” Le stesse mani scavano, estraggono una giovane donna. È viva. Afferra il braccio di un soccorritore. Vorrebbe gridare qualcosa, forse un nome. Non riesce. A stento muove la testa, indica qualcosa. Con una barella viene allontanata. Continua ad indicare, cerca di volgere la testa. Per lei, quel suo piccolo bambino dal pigiamino intriso di sangue, la ragione della sua vita, scompare ora e per sempre, rimanendo vivo solo nei ricordi.

In quel momento osservo gli altri Volontari intorno a me. I loro volti coperti di polvere. Alcune righe più scure solcano la guance. Sono lacrime indelebili. Mi torna alla mente una poesia di Ungaretti “…ma nel cuore nessuna croce manca, è il mio cuore il paese più straziato…”.

Perché mi trovo qui ora? Perché sono corso a dare il mio aiuto, ricevendo in cambio immagini strazianti, che stringono il cuore? Sono forse venuto a conoscere il vero dolore? In questo momento vorrei fuggire, vorrei essere rimasto a
casa. Ma si tratta soltanto dello smarrimento di un attimo. Di nuovo inizio la mia opera di soccorso, di nuovo sento in me il dovere di aiutare chi soffre. Volontario tra Volontari.

Tutti possiamo essere utili. Tutti sanno piantare il picchetto di una tenda, distribuire cibo, vestiario, dire una parola di conforto per consolare chi ha perso tutto, facendolo sentire un po’ meno solo. Tutti noi, immersi in questo dramma, dobbiamo trovare la forza di reagire per dare un senso al futuro.

Ed è così che ho sentito nel silenzio, una voce possente; ho visto, tra la nebbia, un piccolo raggio di sole; ho udito nella disperazione, la speranza di ricominciare.”

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