Il titolo del progetto trae origine dalla parola latina che per gli antichi romani aveva un doppio significato: gregge ma anche ricchezza; era ricco chi possedeva un cospicuo quantitativo di bestiame. Oggi l’allevamento è praticato da un numero sempre minore di persone e vive le alterne fortune dell’intero settore agricolo, che deve fare i conti insieme con la globalizzazione, le avversità climatiche, il proliferare dei lupi, le epidemie.
Attualmente a Casperia ci sono ventidue allevamenti che sommano 764 pecore, il 40% in meno rispetto al 1887, primo dato disponibile. Sono solo due gli allevamenti numericamente rilevanti: uno con 360 pecore e l’altro con 151, che insieme possiedono i due terzi di tutte le pecore di Casperia; il terzo allevamento più numeroso ne conta 38 e il quarto 35. Dunque il 33% delle pecore censite è suddiviso tra venti allevamenti, sette dei quali sono di tipo familiare cioè per autoconsumo.
Nelle settanta pagine del libro, in distribuzione gratuita presso il bar S. Maria, la storia dell’economia, la gastronomia e l’antropologia fanno da cornice ai racconti di Geltrude D’Ippoliti (71 anni) e Candido Polidori (75), Ivana Sielli (76), Luigi Petrucci (86) e Antonia Pezza (77), Pino Natalizi (63) e Rina Ruggieri (62), Adolfo Gemma (88). Il testo è arricchito da fotografie d’epoca, schede tecniche sui formaggi tipici della Sabina e la ricetta della pecora “au callaru”, molto simile “alla cottòra” del Cicolano recentemente inserita nell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali, a dimostrazione che le comunità spesso vivono e si tramandano le stesse esperienze nonostante possano sembrare lontane od isolate. Al contrario, certe tradizioni hanno camminato attraverso i valichi e i secoli fino a noi, sulle forti gambe degli uomini e delle donne che hanno fatto della pastorizia una scelta di vita, oltre un destino che si manifestava fin da bambini.






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