ALESSANDRO ROSSI: “RIETI? E’ LA MIA SECONDA CASA. CATTANI? GRATITUDINE IMMENSA PER UN UOMO DI RARA ONESTA’ E DALLA VISCERALE PASSIONE PER IL BASKET”

Lug 4, 2019 | Altre Notizie | 0 commenti

RIETI – La promozione di Alessandro Rossi nel ruolo di primo allenatore della Zeus NPC Rieti è stata la maggiore intuizione cestistico-professionale del presidente Giuseppe Cattani. Il tecnico napoletano si appresta ad occupare la panchina amaranto celeste quale head coach per il terzo anno consecutivo, in una escalation di risultati cui nessuno, men che meno lo stesso Alessandro, avrebbe mai pensato. Rossi è giunto a Rieti all’età di 29 anni che era poco più che un ragazzo. Nell’arco di oltre un lustro egli è maturato, è divenuto uomo, ha rinvenuto una propria identità professionale, ha sposato Stefania, con la quale era fidanzato da una vita, diventando padre di due bambini: Leonardo che ha 3 anni e Federico che è nato soltanto il 18 maggio scorso. Ma chi è Alessandro Rossi? Il coach della Zeus NPC è pronto a svelare tutto di se mentre fa il papà a tempo pieno presso Baia Domizia, ridente e tranquilla residenza marina prossima al capoluogo partenopeo. “Ho sempre avuto una grande passione per lo sport in generale e per il basket nello specifico – esordisce Alessandro – Ho intrapreso questa carriera quasi per gioco perché, durante gli anni di studio alla facoltà di giurisprudenza di Napoli, continuavo ad allenare le competitive compagini giovanili napoletane. Qui vi è una bella realtà a questo livello, si affrontano competizioni nazionali e, lavorando con i giovani, mi sono tolto parecchie soddisfazioni. Tuttavia sapevo che dovevo studiare per garantirmi una valvola di sicurezza nella eventualità in cui, con il mondo del basket, non fosse andata come speravo e desideravo. Il conseguimento della laurea in giurisprudenza mi ha dato questa sicurezza. Da quel momento in avanti mi sono dato 2 o 3 anni per fare qualche cosa di buono con il basket. Fortunatamente è arrivata la chiamata di Rieti e le cose sono andate bene subito”. Alessandro è nato a Napoli: il papà è anch’esso napoletano doc mentre la madre è nativa di Massa Carrara seppur con la famiglia trapiantata nel “golfo”. I tuoi genitori come hanno preso questa decisione di gettarti a capofitto nel mondo del basket? Magari ti avrebbero immaginato a fare l’avvocato e, invece, è andata in ben altra maniera. “Soprattutto mia mamma, specie in avvio, non l’ha presa troppo bene: era perplessa. Ma come darle torto? Papà e mamma, però, non hanno mai dubitato della mia enorme passione per ciò che facevo. Il realismo imponeva loro prudenza, ma loro sono la mia grande fortuna, ho genitori tolleranti, aperti verso questo tipo di situazioni, non mi ostacolano tanto è vero che, oggi, mia mamma la posso considerare la mia prima follower”. Una volta conclusi gli studi, hai vissuto anche una bella esperienza di vita e professionale in Australia: è così? “Sia io che la mia attuale moglie, Stefania, eravamo appena laureati. Abbiamo deciso di vivere una parte della nostra vita nel paese dei canguri. Con un visto vacanza-lavoro siamo partiti alla ventura, barcamenandoci a fare di tutto. Abbiamo potuto conoscere una nuova cultura ed un nuovo modo di vivere. Non siamo rimasti in Australia, ma quella esperienza mi ha dato solide fondamenta. Nell’emisfero australe ho anche frequentato un corso di specializzazione, conseguendo il diploma in scienze motorie e fitness e persino un brevetto come personal trainer che, però, non ho mai utilizzato. Ovviamente ho affinato la lingua inglese e questo mi è stato di grande utilità”. Alessandro è affascinato dal mondo della musica e, come ogni buon napoletano, la sua passione è per Pino Daniele. “Un artista unico. L’ho scoperto soltanto negli ultimi 5 o 6 anni e sono diventato un grande cultore di questo straripante cantautore partenopeo. In specie dopo la sua morte, il trasporto della gente mi ha incuriosito, svelandomi un mondo straordinario. Amo moltissimo i Queen e Freddy Mercury. La colonna sonora della mia vita? Vado sul sicuro: è “Don’t stop me now” poiché simboleggia al meglio quello che è stato il mio percorso cestistico-professionale: nel basket sono stato sempre alla rincorsa, non ho giocato da professionista come la gran parte dei miei colleghi e questo mi ha fatto sentire come se dovessi colmare un gap verso chi era dell’ambiente. Mi sono sentito sempre alla  rincorsa anche se, adesso, va decisamente meglio”. Chi è il tuo mentore? Chi la persona che, più di ogni altra, ti ha consentito di fare il grande balzo nel mondo della pallacanestro che conta? “Non ho titubanze: Luciano Nunzi. E’ stato lui che mi ha fortemente voluto a Rieti, come suo vice, è stato lui che mi ha introdotto definitivamente nel mondo del basket “senior”, estrapolandomi da quella pallacanestro giovanile che era stato il mio unico pane. Sono giunto a Rieti nel 2013 e, a distanza di soli 6 anni, mai avrei potuto immaginare tutto quanto è successo”. Sapevi che Cattani ti avrebbe affidato il timone della NPC, nel momento in cui Nunzi fu esonerato? “Per dire il vero neanche immaginavo che Luciano sarebbe stato esonerato, figurarsi, poi, a raccoglierne il testimone. E’ stato un fulmine a ciel sereno, ma ho accettato, mi sono preso la mia dose di rischio. E’ andata bene e ne sono fiero”. Quanto c’è, di Luciano Nunzi, nella tua pallacanestro? “Ovviamente c’è tanto, come c’è molto di Roberto Di Lorenzo  che adesso è responsabile del CNA, formatore degli allenatori. Luciano mi ha insegnato moltissimo a livello tecnico e relazionale, poi bisogna essere bravi ed intuitivi nel carpire quanto c’è di meglio nel proprio maestro, copiare è un’arte fondamentale, riuscendo a personalizzare, adattando quanto si è appreso alle proprie convinzioni”. Qual è l’allenatore che, in assoluto, più stimi? Quale il coach più quotato e quello che vorresti emulare in carriera? “Sono cresciuto con i corsi del CNA, indirizzati da Ettore Messina che, a mio avviso, rappresenta l’eccellenza cestistica, ma a 360 gradi, anche a livello di comunicazione e non limitandosi all’aspetto tecnico. Lui è il mio massimo punto di riferimento. Poi mi piace moltissimo pure Luca Banchi, però Ettore Messina è il top”. Giochiamo al fantabasket: qual è il miglior quintetto, costruito con giocatori di serie A2 e che Alessandro Rossi vorrebbe allenare? “Il primo nome che mi viene in mente è Guido Rosselli, giocatore eccezionale che, so, fu a Rieti agli esordi di carriera: magari ad averlo oggi! Il play è Fantinelli con al suo fianco la guardia Usa, Terrence Roderick; metto Martinoni all’ala forte e Simmonds di Montegranaro come 5”. La tua Zeus ha potuto confermare soltanto due atleti della splendida cavalcata dello scorso anno: Vildera e Nikolic mentre gli altri hanno preferito altri lidi: hai rammarico per questo? Qual è il giocatore del quale non ti saresti mai privato? “Sarebbe ingeneroso fare soltanto un nome. Di certo avrei avuto piacere nel confermare una parte più ampia della squadra, diciamo un ventaglio di 4 o 5 cestisti, ma non è stato possibile”. La Rieti dei canestri si è innamorata di Bobby Jones il quale, tuttavia, ha firmato in Giappone. Che cosa ne pensi? “Credo che, per Bobby, sia il giusto finale di una grande carriera. Lui è amante di nuove culture, avevo capito che sarebbe andato via per maturare questa nuova esperienza. Gli auguro il meglio perché è una bella persona ed ancora uno strepitoso atleta”. Torniamo allo scorso campionato: qual è stata la vittoria che ricordi con più piacere? “Allora, se parliamo di tecnica e tattica, di certo gara-5 di play off contro Forlì, ma la più emozionante è stato il successo in casa sulla Virtus Roma per un susseguirsi di emozioni irripetibili e straordinarie”. Quanto devi a Giuseppe Cattani, sia come uomo che come tuo presidente? “La mia riconoscenza verso di lui è enorme, ma come potrebbe essere diversamente? Mi ha concesso un’opportunità unica e straordinaria, che pochi avrebbero dato ad un giovane allenatore. Ho una stima incondizionata verso quest’uomo. Egli ha scommesso su di me e la mia riconoscenza per lui è senza fine. Apprezzo la passione e le energie che profonde, il coraggio che palesa e, specialmente, la sua grande onestà. Giuseppe Cattani è un uomo di spessore assoluto ed è un grande presidente”. I successi che la Zeus NPC ha ottenuto lo scorso anno sono anche, ove non soprattutto, un tuo merito. Dicci la verità: qualche sodalizio ha messo gli occhi su di te? Hai ricevuto proposte d’ingaggio da altre squadre? “Rispondo onestamente: che io sappia no. Anche perché non mi sarebbe importato e non m’importa. Qualche abboccamento, per dire il vero, c’è stato, però nulla di serio, nulla di realistico, stante la mia ferma volontà di rimanere a Rieti”. Nella vita come nello sport, presto o tardi anche la tua storia d’amore con Rieti e con la NPC avrà termine: pensi mai a questo momento? “Si, ci penso – dice Rossi con il tono della voce che si fa incipientemente malinconico – Qui sto trascorrendo un’ampia e ridondante parte della mia vita, in questo tempo ho sposato Stefania e sono nati i miei figli, Leonardo e Federico. Pensare ad un “addio” mi fa molto strano, Rieti è ormai la mia seconda casa. Ciò pure in ragione del rapporto peculiare che si è instaurato con tutto l’entourage amaranto celeste. Con Picchio, Gianluca, Franco e con tutti gli altri dirigenti ci sono spiccati valori umani e questo, a mio modo di vedere, è il grande segreto di questa società. Il rapporto che io ho con tutti loro è strepitoso e ritengo di essermi saputo inserire in questo collaudato contesto nel migliore dei modi. Abbiamo perso Mattia Consoli e tale rinuncia è stata dolorosa, ma la sua opzione è stata condivisibile perché è bravo ed ha saputo cogliere un’occasione importante. Ora dovremo individuare un nuovo profilo di assistente e riadattarci a lui. Bisognerà individuare la persona giusta, a livello tecnico ed umano con gli adeguati presupposti per lavorare bene”. In una delle tue ultime conferenze stampa, sul finire della stagione, asseristi che, per il futuro, il difficile sarebbe stato ripetersi sui livelli di eccellenza raggiunti più di recente: confermi questa valutazione? “Si, assolutamente. Ma, prescindendo dall’obiettivo, importante è che lo spirito resti quello di sempre. Servono entusiasmo, desiderio di giocare e ambizione di competere, però senza cadere nell’errore di volere a tutti i costi migliorarsi. E’ corretta e condivisibile  l’ambizione di essere competitivi, ma non dobbiamo essere ossessionati dall’idea che la squadra debba essere migliore. Serve un percorso professionale senza il fardello e l’ossessione di ciò che abbiamo fatto. Il nuovo anno, ne sono consapevole, sarà veramente difficile”. Che cosa pensi della nuova squadra e dei due nuovi innesti, Pastore e Stefanelli? “I giocatori che abbiamo chiuso non sono stati scelti a caso, ma erano nelle nostre mire da tempo, perché Stefanelli e Pastore ci sono sempre piaciuti. Quanto al resto, stiamo lavorando sul play italiano e sulla guardia Usa, tuttavia è sempre pronto il piano “B” nella eventualità in cui gli incastri non dovessero essere quelli giusti. Quindi non escludo colpi di scena nella costruzione della nostra idea di squadra. Quanto agli americani, vorrei che almeno uno dei due potesse disporre di un bagaglio tecnico solido e di esperienza idoneo a fornire opportune garanzie, ma questo si scontra molto anche con il mercato perché questa tipologia di cestisti ha costi importanti e sono molto ambiti”. In conclusione hai qualche cosa da aggiungere? Vuoi rivolgerti al popolo amaranto celeste? “Si, con molta umiltà vorrei fare un appello: mi auguro che la stagione confermi la splendida sinergia che si è creata tra società, pubblico e squadra, identificandoci tutti insieme in un legame empatico molto bello. Questo è importante che sia e rimanga, anche se non e soprattutto a fronte dei momenti di difficoltà che di certo arriveranno”. (Valerio Pasquetti)

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