Alimentazione, attenzione ai residui di pesticidi

Gen 1, 2021 | Ambiente | 0 commenti

Di Marco Staffiero

Siamo quello che mangiamo. Nelle antiche discipline orientali e non solo il cibo viene descritto e rappresentato come vera e propria medicina. Ogni prodotto ha delle caratteristiche che curano il nostro organismo. Soltanto da poco, anche la medicina “occidentale” sta dando grande importanza ad una sana alimentazione accompagnata da un equilibrato modello di vita. Siamo sicuri di tutto quello che mettiamo nel  carrello della spesa? Il rapporto di Legambiente realizzato in collaborazione con Alce Nero, pone delle importanti domande: quasi la metà dei campioni dei prodotti analizzati contiene residui di pesticidi  e nella frutta si arriva a oltre il 70%.  Secondo il rapporto infatti è regolare e privo di residui di pesticidi solo il 52% dei campioni analizzati; un risultato non positivo e che lascia spazio a molti timori sulla presenza di prodotti fitosanitari negli alimenti e nell’ambiente. Dall’analisi dei dati negativi, si evince che i campioni fuorilegge non superano l’1,2% del totale ma che il 46,8% di campioni regolari presentano uno o più residui di pesticidi. Il picco nella frutta viene raggiunto dall’89,2% per l’uva da tavola; segue l’85,9% per le pere e l’83,5% per le pesche; mentre tra i campioni esteri, una bacca di goji contiene ben 10 residui e il tè verde 7 residui provenienti dalla Cina. Il documento mette in evidenza che “i pesticidi più diffusi negli alimenti in Italia sono Boscalid, Dimethomorph, Fludioxonil, Acetamiprid, Pyraclostrobin, Tebuconazole, Azoxystrobin, Metalaxyl, Methoxyfenozide, Chlorpyrifos, Imidacloprid, Pirimiphos-methyl e Metrafenone”. Si tratta – viene spiegato – “per la maggior parte” di “fungicidi e insetticidi utilizzati in agricoltura che arrivano sulle nostre tavole e che, giorno dopo giorno, mettono a repentaglio la nostra salute”.  Attraverso questi dati, nasce doverosa una scelta di prodotti biologici. L’aumento della domanda di prodotti biologici passa sicuramente attraverso la percezione che i consumatori hanno della sostenibilita’ ambientale ad essi associata. Le preferenze alimentari dei consumatori, infatti, oggi sono sempre piu’ orientate verso prodotti considerati “verdi”, possibilmente comprovati anche dalla presenza di marchi di certificazione che ne sanciscano la maggiore salubrita’ e i maggiori benefici sull’ambiente. Il termine “agricoltura biologica” indica un metodo di coltivazione e di allevamento che ammette solo l’impiego di sostanze naturali, presenti cioè in natura, escludendo l’utilizzo di sostanze di sintesi chimica (concimi, diserbanti, insetticidi). Agricoltura biologica significa sviluppare un modello di produzione che eviti lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, in particolare del suolo, dell’acqua e dell’aria, utilizzando invece tali risorse all’interno di un modello di sviluppo che possa durare nel tempo. L’agricoltura biologica è l’unica forma di agricoltura controllata in base a leggi europee e nazionali. Non ci si basa, quindi, su autodichiarazioni del produttore ma su un Sistema di Controllo uniforme in tutta l’Unione Europea. L’azienda che vuole avviare la produzione biologica notifica la sua intenzione alla Regione e ad uno degli Organismi di controllo autorizzati. L’Organismo procede alla prima ispezione con propri tecnici specializzati che esaminano l’azienda e prendono visione dei diversi appezzamenti, controllandone la rispondenza con i diversi documenti catastali, dei magazzini, delle stalle e di ogni altra struttura aziendale. Se dall’ispezione emerge il rispetto della normativa, l’azienda viene ammessa nel sistema di controllo, e avvia la conversione, un periodo di disintossicazione del terreno che, a seconda dell’uso precedente di prodotti chimici e delle coltivazioni può durare due o più anni. L’Organismo provvede a più ispezioni l’anno, anche a sorpresa, e preleva campioni da sottoporre ad analisi. Le aziende agricole che producono con il metodo biologico devono poi documentare ogni passaggio su appositi registri predisposti dal Ministero, ciò assicura la totale tracciabilità.  Solo concluso questo periodo di conversione, il prodotto può essere commercializzato come da agricoltura biologica.

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