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COSA HA DETTO IL VESCOVO IN OCCASIONE DELLE CELEBRAZIONI DI SANTA BARBARA

Ha parlato degli oltre 7000 posti di lavoro persi e dell’emergenza lavorativa tra i più giovani, soprattutto quelli che ancora devono scegliere il loro cammino. Ma anche di come vengono gestiti e dovrebbero essere gestiti gli immigrati, e dell’impellenza della ricostruzione post sisma di Amatrice. Parole sentite e profonde, dritte al cuore dei problemi della gente. Alle esigenze quotidiane, quelle pronunciate da sua eminenza monsignor Domenico Pompili, Vescovo di Rieti, durante la celebrazioni in onore di Santa Barbara, patrono di Rieti. Sua eminenza il vescovo ha voluto invitare tutti i fedeli ad essere “sempre allegri nel Signore. Esattamente come ha fatto Santa Barbara, “seppe fronteggiare gli abusi del padre senza venir meno alla sua volontà di essere se stessa. Fino al martirio”. Un martirio che sta vivendo anche Rieti, attanagliata da diverse questioni di difficile soluzione.

“La prima questione è il lavoro. Circa 7000 sono i posti di lavoro persi in questo ultimo decennio a Rieti. E a pagarne il prezzo più alto sono i giovani che vengono definiti ‘sdraiati’, ma forse più che sdraiati sono ‘stesi’, cioè senza possibilità di rialzarsi. Si ingrossano, infatti, le file dei Neet, cioè di quelli “senza scuola, senza formazione, senza lavoro”. E che potrebbero fare da quella posizione? Nessuno ha a disposizione ricette miracolose e pronte all’uso. Una cosa però è alla nostra portata: convergere su alcuni obiettivi. Tra questi il primo è il nodo delle infrastrutture per rendere attrattivo il nostro territorio. E poi c’è da far attenzione a non dividersi per ceti sociali: i commercianti da un lato, gli impiegati e i professionisti dall’altro; gli operai da un’altra parte ancora, a distanza siderale da chi ha, magari sotto il mattone. Occorre, in concreto, fare quadrato quando ci sono iniziative che ricadono su tutti. L’acqua, ad esempio, è un obiettivo che potrebbe essere un collante se ci si mette tutti dalla stessa parte e si cerca con la controparte una soluzione realistica. Quel che è certo è che nessuno può starsene tranquillo finché la gran parte dei nostri giovani resta a casa dai genitori e non fa alcuna scelta di vita”.

Altro tema caldo è quello dell’immigrazione, delle oltre 798 persone accolte. “Il punto non è schierarsi tra buonisti e cattivissimi, tra furbetti e ingenui,- ha proseguito il vescovo – ma cogliere il fenomeno per quello che è oggettivamente. Spetta allo Stato decidere dei flussi. A noi capire che fare rispetto a quelli che incontriamo per strada”. E qui arriva il problema. “Da noi, come altrove, si nota però un fatto: dopo la prima accoglienza, solo 1 su 3 viene accompagnato ad una completa integrazione sociale. Gli altri non hanno la stessa fortuna e diventano un’emergenza da gestire. Di fronte a questo stato di cose perché non riscoprire lo SPRAR che coinvolge direttamente i Comuni e garantisce un’accoglienza integrata? Senza sottovalutare gli effetti collaterali: distribuire in modo equo i migranti consente di non subire il fenomeno, ma di orientarlo; assumere un dipendente al servizio di tutta la cittadinanza in uno dei settori più esposti, quando spesso non si dà neanche un Segretario comunale a tempo pieno; intercettare incentivi economici per lo sviluppo dell’occupazione e dell’economia locale. Un segnale interessante è l’attivazione di un nuovo progetto SPRAR da parte della Comunità montana di Montepiano reatino, non ancora attivo, ma che prevede di accogliere 50 richiedenti asilo e rifugiati. Chiedo ai Sindaci, ben consapevole del loro impegno quotidiano: è possibile fare qualcosa di più? Cominciando dal conoscere e dal verificare il progetto SPRAR che punta ad una integrazione a 360 gradi?

Infine, l’ultima difficoltà è il post terremoto. Non si vede ancora la linea dell’orizzonte intorno alla ricostruzione. Di sicuro una volta eliminate le macerie bisognerà pur dire come e dove si va. Nei territori che hanno patito questa tragedia, passati vent’anni, la situazione è obiettivamente migliorata. Non così però dappertutto. Dipenderà anche da noi riuscire a tirar fuori qualcosa di nuovo e di più promettente. A condizione di non aspettare solo da fuori, ma di creare uno scenario diverso da quello che era depresso anche prima del terremoto.

Si può stare allegri anche in mezzo alle difficoltà? Certo, anzi questa è la prova che si tratta di qualcosa di vero che fa leva sulle risorse di ciascuno perché la difficoltà aguzza l’ingegno e non solo. Allegri non significa spensierati, ma capaci di ripartire dall’essenziale. Paolo fa riferimento come motivazione al fatto che “il Signore è vicino”. Non siamo abbandonati a noi stessi. Lasciamoci irrobustire da questa certezza interiore per essere come santa Barbara capaci di non recedere rispetto ai nostri sogni e di costruire insieme qualcosa che duri nel tempo”.

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