CRISTIANO FAZZI, L’INDIMENTICATO PLAY DELLA NSB, SI CONFESSA A TUTTO TONDO: “NPC E SEBASTIANI? LA CONCORRENZA PORTA A MIGLIORARSI.

Nov 11, 2020 | Altre Notizie

CRISTIANO FAZZI, L’INDIMENTICATO PLAY DELLA NSB, SI CONFESSA A TUTTO TONDO: “NPC E SEBASTIANI? LA CONCORRENZA PORTA A MIGLIORARSI. IL PUBBLICO REATINO? CALDO ED APPASSIONATO COME NESSUN ALTRO”
RIETI – Cristiano Fazzi è stato il miglior playmaker indigeno che sia mai giunto a Rieti? Probabilmente è così. Ovviamente dopo Roberto Brunamonti, la cui leadership non si discute proprio. Nei giorni scorsi, l’ingaggio di Andrea Traini da parte della Real Sebastiani, ha condotto alla ribalta, tra gli sportivi, questa antica, “amichevole” diatriba sul regista italiano più forte di sempre che sia mai approdato alle pendici del Terminillo. Qualcuno – sui soliti social -, ha asserito che Traini sia da considerarsi migliore di Fazzi. Altri hanno persino avvicinato al mitico “barbetta” il pur bravo Giacomo Sanguinetti della NPC. Prescindendo da chi abbia torto o ragione perché, com’è giusto che sia, ciascuno rimarrà fermo sulle proprie posizioni, la discussione fornisce lo spunto per riavvicinare proprio Cristiano Fazzi che è stato l’indimenticabile playmaker della NSB “targata Gaetano Papalia” tra il 2003 ed il 2006. Cristiano, classe 1972, ha appeso le scarpette al chiodo ormai da molto tempo e vive in un paesino vicino ad Imola, con la moglie Cristina ed i due figli gemelli, Luca e Filippo che di recente hanno compiuto 18 anni. “Luca gioca a pallacanestro proprio con Imola, in B. Da questa stagione il coach, Paolo Moretti, ha deciso di portarlo in prima squadra. E’ un play anche lui, come me, siamo piccolini di statura e non poteva essere diversamente – se la ride Cristiano – Luca gioca, cresce, matura e si diverte. Non sono molto presente nella sua vita sportiva. Non voglio essere invadente. Diciamo che lo seguo attentamente, ma con molta discrezione”. Luca seguirà le orme di papà Cristiano? Probabile che sia così, anche perché quella dei “Fazzi” è una famiglia di campioni. “Mio padre Marco, genovese di nascita, è stato la bandiera della Casertana con la quale ha militato per una decina d’anni, compreso il campionato di serie C vinto nel 1970 e del quale fu capocannoniere. Nel ‘68 o nel ‘69, non ricordo bene, ha disputato la Coppa delle Alpi con la maglia del Milan di Nereo Rocco. Ha giocato in B con la Casertana, col Savona e con la Reggina, ma lui ancora oggi, a Caserta, è un mito!”. L’altro figliuolo e gemello di Luca, Filippo – gli sportivi reatini lo rammenteranno – è un ragazzo disabile. “Filippo ebbe un’encefalite che gli ha procurato danni cerebrali – racconta Cristiano con la naturalezza e con l’amore del quale soltanto un padre è capace – la sua gestione ora è abbastanza semplice, ha fatto progressi, è cresciuto anche lui pur se, per me come per mia moglie Cristina, il carico da portare in tutti questi anni è stato pesante. Filippo, però, ha consolidato il nostro rapporto, ci ha reso più forti e più uniti. La sua gestione ha imposto alcune scelte lavorative e di vita: tra queste, la rinuncia a “vivere” di pallacanestro”. Cristiano è stato un playmaker sopraffino, di quelli con la “P” maiuscola, un giocatore per certi aspetti unico, molto intelligente, con ineguagliabili virtù umane che ha saputo trasfondere con naturalezza e sensibilità sul parquet e nel rapporto con i tanti compagni di gioco che si sono avvicendati al suo fianco. “Mi sarebbe molto piaciuto allenare. L’ho anche fatto, guidando alcuni settori giovanili ed una formazione romagnola in C2. Ma la famiglia, gli impegni con Filippo non mi hanno consentito di coltivare questa mia, naturale propensione. Adesso che Filippo è cresciuto e che sta un pochino meglio, però, mi sono riavvicinato al basket che rimane la più grande passione. Ho conseguito la certificazione quale “mental coach” dopo un corso con una società del settore, la Mental Training Italy; l’istruttore è stato Frank Vitucci e questo si è rivelato un privilegio perché Vitucci è stato per anni il mio coach ad Imola. Mi ha seguito in un rapporto uno ad uno, molto approfondito, particolareggiato, ho maturato una discreta professionalità e ora vorrei rientrare nel mondo della palla a spicchi con questa qualifica”. Torniamo al Cristiano-giocatore che, poi, è quello che piace e che la gente ricorda con nostalgia ed affetto. “Iniziai a Caserta. Avevo 19 anni quando la Juve vinse lo scudetto (1991). Giocavo poco e niente poiché avevo dinanzi atleti di enorme valore quali Nando Gentile, Enzo Esposito, Sandro Dell’Agnello, Sergio Donadoni nel ruolo di sesto uomo. Tutti ragazzi nati e cresciuti a Caserta. Poi avevamo due americani da impazzire: Tellis Franck, ma Charles Shackleford (morto nel 2017 a soli 50 anni, ndr) in specie. Un lungo di 207 centimetri che palleggiava e che passava la palla come una guardia, utilizzando indistintamente mano destra e mano sinistra, fortissimo fisicamente e atleticamente, eccellente nel palleggio”. Fazzi, poi, è maturato così da meritare la promozione in A1 ad Imola, categoria che la società romagnola ha conservato per qualche anno, sempre con Cristiano nel ruolo di uomo-faro. I tifosi reatini, della NSB più in particolare, lo rammentano per tutto quanto seppe fare a Rieti, soprattutto nelle acerrime, micidiali sfide contro Montegranaro. “La scorsa estate ho incontrato Stefano Pillastrini, il coach che fu della Premiata in quelle stagioni di accesa rivalità con Rieti. Ci siamo rivisti a Cesenatico, per un camp ed abbiamo parlato a lungo, ricordando con piacere proprio quelle sfide, tra le più belle e coinvolgenti delle nostre rispettive carriere”. Qual è il ricordo che Cristiano Fazzi serba dei suoi tre anni reatini? “Mi sento legatissimo alla vostra città. A Rieti ho avuto soddisfazioni professionali ed umane preziose, uniche: abbiamo vinto una B1 che all’epoca era di grandissimo livello, poi l’A2. Sono stato testimone ed attore di quella scalata che la città ha vissuto in un clima unico. Ho ancora e sempre impresso addosso il calore della gente, il tifo, la passione di una piazza così competente ed attenta. Un’intensità pazzesca che ho partecipato a Rieti come da nessun’altra parte in Italia”. Proprio contro Montegranaro, al PalaSavelli, in occasione del successo che valse il 3-1 per i calzaturieri in uno dei play off giocati avverso Rieti, Randolph Childress – Il Professore – ebbe un mancamento tanto che Pillastrini, ma con la partita ormai vinta, vi dovette rinunziare per alcuni minuti. Più tardi, nel piazzale antistante il PalaSavelli mentre Cristiano Fazzi s’intratteneva a chiacchierare del match con un paio di giornalisti, sopraggiunse Childress. “Ti faccio i miei complimenti – disse Il professore rivolgendosi a Fazzi – perché anche nei miei 4 anni di Nba non ho mai faticato contro un avversario diretto come contro di te in queste sfide”. “Non rammento con precisione il curioso aneddoto – si schernisce Cristiano, sorridendo però con legittimo orgoglio – Le nostre sono state sfide impareggiabili. Mi divertivo a giocare contro Childress. Lui era attento nella fase difensiva su di me, era preoccupato, si capiva, soffriva la mia velocità, ma ci soffrivamo a vicenda. Childress è stato tra gli avversari più completi che abbia mai affrontato: all’occorrenza ottimo realizzatore, guida sapiente della squadra, un maestro nel dettare il ritmo e scegliere i giusti tempi”. Insomma, quelle stesse virtù e abilità che hanno reso Fazzi un playmaker di eccellenza. Cristiano, nella sua lunga carriera, si è dovuto confrontare con avversari ancor più importanti e carismatici. “Uno su tutti? Tyus Dwayne Edney di Treviso – dice Fazzi senza esitazioni – basso, ma tecnicamente eccelso, velocissimo, contro di lui soffrivo tremendamente”. Oggi circolano in Italia anche buoni giocatori stranieri che, però, nulla hanno di che spartire con i campioni ammirati in Italia negli anni ’90. “Rammento Del Negro, Kukoc, Rigadeau, Darren Day, Danilovic, Ginobili, ma per me il più forte resta Shackelford di Caserta!”. E con i cestisti che furono con te, a Rieti, hai conservato i contatti? “Si, ogni tanto ci sentiamo. Più spesso con Picchio e con Max Guerra, ma pure con Nello Laezza. Non di rado sento Gaetano Papalia, pure per sms, il presidente della Nsb: persona colta, tollerante, affabile, divertente. Una gran persona”. Cristiano Fazzi è bene informato sulle vicende del basket reatino, della NPC come della neonata Real Sebastiani. “La scarsa copertura mediatica, televisiva più in particolare, non mi consente di seguirne le sorti come desidererei fare”. Avresti mai immaginato che la “tua” Rieti potesse avere due squadre di tale livello? “La città lo merita per tutta la passione che, da sempre, riversa sul mondo del basket – chiosa Fazzi – Trovo positiva la presenza di un’altra realtà poiché ciò crea concorrenza, competizione nell’accezione positiva, motiva a costruire, a migliorarsi. Piuttosto, mi preoccupa che il virus stia minando seriamente anche il nostro sport. I reatini non potranno seguire la NPC e non la Real Sebastiani. Si giocherà, come già sta accadendo, in palasport vuoti, pressoché deserti; verrà meno la concentrazione degli atleti che dovranno essere bravi a reinventarsi e trovare motivazioni nuove e diverse. In questo, il compito degli allenatori, sarà basilare. Allora un mental coach potrebbe tornare di utilità?!”. Il messaggio è lanciato! Chissà che, in un futuro non troppo lontano, Cristiano Fazzi non possa tornare ad “abbracciare” la sua Rieti? (Valerio Pasquetti)

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