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“DE AMBROSI: ADDIO RIETI, QUI LASCIO UNA PARTE DEL MIO CUORE!”

RIETI – La Rieti dei canestri saluta Gianluca De Ambrosi. “Mitraglia” (Gianluca, “mitraglia”, è il grido di battaglia!, così urlavano i tifosi amarantocelesti) o DJ, sono questi gli epiteti che lo hanno resto famoso, annuncia la propria dipartita dall’umbilicus italiae per ricongiungersi alla moglie, Chiara, come alle figlie, Eva Zoe e Dora a Milano. Una scelta saggia e condivisibile che tutti, in città, hanno compreso ed anche apprezzato perché testimonia la statura dell’uomo-De Ambrosi ma che, altresì, non lascia insensibili e distaccati tutti quegli sportivi che, in questi lunghi anni trascorsi in Sabina, hanno avuto modo di conoscere ed apprezzare Gianluca De Ambrosi. La vita, lo sport, la pallacanestro nella fattispecie sono un turbinio di emozioni, di addio e di arrivederci che questa piccola città ha sperimentato reiteratamente nei tanti e lunghi anni vissuti a stretto contatto con i “giganti della palla a spicchi”. Rieti, forse, vanta un pregio unico che la distingue e la caratterizza in positivo rispetto a qualunque altra piazza, anche storica, del basket indigeno: quello di “adottare” i propri campioni, stringendo con essi un legame forte ed empatico, unico ed indissolubile. Gianluca DJ De Ambrosi è, è stato e resterà un uomo ed un atleta importante nella epopea cestistica amaranto celeste. La sua storia d’amore con Rieti comincia nell’ormai lontano 1994. Racconta De Ambrosi. “Oggi ho 48 anni e sono un uomo maturo. Ma nel 1994, di anni, ne avevo soltanto 23. Ero poco più che un ragazzino quando Piero Millina, allenatore della storica AMG Sebastiani (quella vera!, ndr), mi volle a Rieti. Il presidente Marco Lelli rilevò il mio cartellino dalla Teorema Tour Arese che era in Lega Due. Militavamo in B1 ed eravamo forti davvero. Con me c’erano i lunghi Croce e Rosignano, gli esterni Cossa e Spinetti, Marco Lokar che arrivò a campionato in corso, i fratelli Stefano e Luca Colantoni, Roberto Ciccotti, oggi fisioterapista della NPC e Monticolo di Trieste. Quello fu l’anno della storica partita contro Ragusa, del canestro della vittoria che fu annullato a Lokar per un incomprensibile fallo in attacco. Vincendo saremmo entrati nella poule promozione, ma l’arbitro ci negò quella soddisfazione”. Altri tempi, altro basket e, soprattutto, altri giocatori. “Oggi la pallacanestro è un’altra cosa rispetto a quella che si giocava ai miei tempi. C’è una maggiore fisicità, il gioco è assai più veloce, i giocatori sono estroversi ed eterogenei nei rispettivi ruoli. Però, ai miei tempi, la tecnica di ciascuno di noi era maggiore, più raffinata. Credo che molti, tra i cestisti di quella Sebastiani non avrebbero avuto difficoltà ad eccellere nella odierna serie A2 in quanto il livello tecnico è sceso non poco. Ma più forte ancora reputo la formazione che affrontò la B1 nella mia seconda stagione a Rieti, il 1995/96 che, poi, fu quella del successo a Viterbo con Lokar che marcò un incredibile 8/8 da tre. In quella formazione arrivarono Picchio Feliciangeli, Pietro Bianchi, Vettorelli, Peppe Natali, Giulio Bernabei, Grappasonni. L’allenatore era Romano Petitti che, poi, fu rilevato da Claudio Vandoni. La stessa cosa accadde l’anno antecedente a Millina, surrogato in itinere da Vandoni. Tuttavia la squadra rese assai meno rispetto alle sue potenzialità perché si affacciavano problemi societari evidenti, con difficoltà nei pagamenti delle indennità”. Gianluca De Ambrosi vanta ancora oggi un record: è il giocatore che ha realizzato il maggior numero di punti nel campionato di B1 che, ormai da alcuni lustri, non esiste più. “E’così. Lo scorso anno la FIP ha diramato un elenco con tutti i giocatori che hanno valicato la soglia dei 10.000 punti realizzati in carriera. Io ci sono ed occupo il decimo posto con oltre 12.000 punti!”. Insomma, questo è un bel primato davvero che, fatte le dovute proporzioni e gli opportuni distinguo, accomuna Gianluca ad un altro ex reatino, il “bomber di Rovagnate” alias Antonello Riva. DJ, che ha un animo nobile e sensibile, non può fare a meno di ricordare Attilio Pasquetti, storico direttore sportivo (anche) di quella Sebastiani, deceduto lo scorso 22 febbraio. “Attilio era il “motore” di tutta l’organizzazione e, soprattutto, un grosso appassionato, notevole conoscitore del nostro mondo. Lo ricordo per la straordinaria passione che profondeva nel suo impegno professionale, certamente uno dei migliori dirigenti a Rieti”. Gianluca, hai giocato tanti anni e non soltanto a Rieti: qual è il ricordo più bello della tua carriera di atleta? “Rispondo senza esitazioni perché ne ho due ben fermi. Il primo: la vittoria ottenuta con Faenza nella gara-3 di finale play off, decisiva per la promozione contro Cento, in un derby sentito. Ero molto giovane, avevo poco più di 20 anni: segnai 36 punti e anche il canestro del successo (vincemmo di 2) a pochi secondi dalla sirena. Poi l’affermazione in un altro derby sentitissimo, a Viterbo, proprio nel 94/95. Entrai per scaldarmi – ero solito farlo un’ora prima del match – sul parquet del palazzetto della Tuscia. Salendo le scale verso il campo, potevo osservare la tribuna, ancora deserta, che doveva essere dei tifosi viterbesi, ma non quella dei nostri supporters; immediatamente e con sorpresa fui accolto da un autentico tripudio, un boato dei nostri supporters che, viceversa, già occupavano i propri posti; non me lo aspettavo e, a ripensarci a quei momenti, sento ancora i brividi e l’emozione”. Viceversa, quale evento, quale gara rammenti con più amarezza? “Anche in questo caso non ho esitazioni. Tornai a Rieti nel 2002/03, mi par di ricordare, con il presidente Davide Angeletti del quale serbo uno splendido ricordo. Avevamo un team fortissimo, ci allenava Virginio Bernardi e con me c’erano Luciano Masieri – un italo argentino – Sorrentino, Dordei, Maresca, Esposito e altri ancora. Erano ben 6 le promozioni in Lega Due, la classifica era cortissima, giocammo l’ultima di regular season ad Ozzano. Vincendo saremmo giunti secondi e, quindi, molto probabilmente avremmo conseguito l’A2. Masieri sbagliò il canestro della vittoria da sotto, all’ultimo secondo, perdemmo e arrivammo addirittura sesti. Nel play off uscimmo contro la Bergamo di Lino Lardo, dopo essere stati avanti di 10 punti a 3 minuti dalla fine e dopo un overtime”. La tua esperienza lavorativa a Rieti può dirsi temporaneamente conclusa, ma che cosa ti porterai dentro, dei tanti anni vissuti sulla sponda del Velino: in positivo, come in negativo? “I valori positivi sono tanti, tantissimi: ho concluso la mia lunga carriera come giocatore al PalaSojourner e qui ho iniziato il percorso a capo del settore giovanile che era stato dimenticato, ricominciando da zero, ricreando anche qualità in 8 anni di lavoro duro, ma premiante. In questo tempo le soddisfazioni sono state moltissime, abbiamo fatto anche degli errori, ma abbiamo lavorato e chi lavora sbaglia. Oggi il settore giovanile è buono, spero si prosegua sulla strada intrapresa. Il positivo, ancora, sono i sorrisi e l’apprezzamento dei ragazzi, i messaggi di augurio delle famiglie che sto ricevendo a tamburo battente, la realtà che abbiamo creato, l’affetto della gente di Rieti, soprattutto, che non mi aspettavo e che mi ha fatto enorme piacere perché questo è il segnale di essere riuscito a costruire qualcosa e di aver lasciato qualche cosa, in specie a livello umano”. E il negativo? Che cosa ti lacera? “Non si tratta di un evento, ma di una valutazione, un’esperienza purtroppo ineludibile e che ho potuto sperimentare direttamente in questi lunghi anni trascorsi a Rieti. E’ la difficoltà che vive la città di Rieti: lavorativa, imprenditoriale e, quindi, anche sociale. Una difficoltà che, inevitabilmente, si riverbera sul movimento cestistico, anche se non soprattutto su quello giovanile. La gente, le istituzioni, il tessuto imprenditoriale forse non hanno ancora compreso lo sforzo che viene fatto per conservare la serie A2. La NPC porta in giro per l’Italia il nome di Rieti, della città e lo fa rappresentandola con grande decoro e dignità: ovunque. Ma questa città non vive le opportunità che si creano, non lavora per garantire un futuro sereno ai propri figli. In questi anni ho vissuti innumerevoli esempi dei molti ragazzi del nostro settore giovanile che ci hanno dovuto lascia per andare a studiare fuori. E’ un danno per il movimento sportivo, ma è soprattutto un danno per la città e per il suo avvenire. A queste condizioni, spiace asserirlo, Rieti non ha un futuro perché la gente, i giovani se ne vanno”. Parliamo del tuo domani: che cosa farà De Ambrosi lontano da Rieti, a Milano? “Quello che so fare e che ho sempre fatto: lavorare nel mondo della palla a spicchi. Ho contatti ben avviati per allenare. Ho un tesserino di livello nazionale e posso utilizzarlo in ogni categoria, in ogni lega. Penso che alla metà di luglio maturerà qualche cosa di concreto. Questo senza mai dimenticare il basket dei giovani che rimane la mia passione”. Qual è il testamento sportivo-cestistico e professionale che Gianluca De Ambrosi lascia alla Rieti dei canestri? “Ora la commozione mi pervade… – e per qualche attimo la comunicazione rimane muta, poi DJ trova la forza di proseguire – A Rieti lascio una bella parte di me, un pezzo importante del mio cuore. Lascio un percorso iniziato tanti anni fa, prima come allenatore, poi come giocatore, profondendo enorme passione, esperienza, ma soprattutto amore, tanto amore per quello che stavo facendo. Spero i reatini serbino un buon ricordo di me, una bella immagine, specialmente come uomo. Nella vita non mi sono mai nascosto e ci ho messo sempre la faccia, in tutto quello che ho fatto, con lealtà e con schiettezza morale. E sarà così ancora”. (Valerio Pasquetti)

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