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LETTERA DI UN NIPOTE: “GRAZIE ZIO, PER TUTTO QUANTO MI HAI DONATO”

  • Attilio Pasquetti

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RIETI – Ciao zio Attilio ! Hai combattuto come un leone contro una malattia tremenda e subdola che ti aveva aggredito incipientemente poco più di 18 mesi or sono. Ma non sei riuscito a vincere la tua battaglia. Il male è stato più forte del bene, più forte del desiderio di vivere e di non abbandonare la tua famiglia: Marta, creatura adorata e figliuola impagabile che ti ha assistito con la professionalità della migliore infermiera e con l’amore del quale soltanto una figlia è capace. Alfredo, primogenito che ha sempre avuto la stessa mimica, le medesime movenze di tuo papà, nonno Alfredo, al quale volesti imporre – in memoria – il suo stesso nome. Liliana, conosciuta e sposata in pochi mesi, madre esemplare, moglie fedele e attenta ai tuoi bisogni che ti ha seguito passo dopo passo nei mesi tremendi della malattia, senza mai abbandonarti, neanche per un solo istante. La tua volontà di combattere si è scontrata con un nemico invincibile per sconfiggere il quale hai smarrito il migliore alleato: Ottorino, un fratello che – me lo confidasti un paio di settimane or sono – è stato per te, per tutti voi fratelli, padre acquisito prima ancora che “fratello più grande”. Ottorino – il mio meraviglioso papà – è sempre stato per te, per le zie e per l’altro fratello – Gino – semplicemente: “daddy”. Che, appunto, sta per papà. La malattia ti aveva reso gracile, debole, vittima degli eventi. Eri diventato straordinariamente dolce, mite, spesso con la voce rotta dal pianto. Quel pianto che soltanto Daddy era capace di lenire. Un destino baro ed infido ce lo ha sottratto: il tuo Daddy, il mio papà – dopo un’agonia durata 28 giorni. Dal letto al quale la malattia ti aveva costretto ormai da oltre 4 mesi – immobile, tu che in gioventù eri bello come il sole, orgoglioso e forte come il pelide Achille – hai seguito, malinconico e rassegnato, l’evolversi di una storia – quella di Daddy – purtroppo scritta. La dipartita del mio papà è stato per te un colpo davvero troppo duro da digerire. Sapevi che la malattia avrebbe vinto. Me lo hai ripetuto all’infinito quando ti massaggiavo quelle gambe rese irriconoscibili dal male che ti stava divorando. “Mi manca Daddy”, ripetevi con la voce rotta dal pianto. E non io, non altri avrebbero mai potuto surrogarne la presenza. Sarebbe finita come è finita: in ogni caso. Probabilmente avresti resistito qualche giorno in più, ma non c’era speranza e questo, tu, lo sapevi bene, fin dall’inizio del calvario: lo sapevi più e meglio di chiunque altro. Ora è il tempo delle lacrime, dei ricordi, della malinconia. Non c’è stato il modo e il tempo di assorbire la mancanza di papà che subito anche tu hai voluto seguirlo. “Voglio andare da Daddy”, ripetevi a Marta negli ultimi giorni della tua vita terrena. Tanto è stato. Ma non poteva essere diversamente. A noi, a me, nipote più prossimo per ragioni generazionali, restano i ricordi e tutto quanto di buono mi hai trasmesso. Sei sempre stato il mio mito, l’esempio da seguire: fin da quando ero bimbetto. Mi avessero chiesto: chi vuoi essere? A chi vorreste somigliare? Avrei risposto, senza un attimo di esitazione: che diamine, zio Attilio! Un bel ragazzo, alto il giusto, estroverso, innamorato della musica e del canto – i Birilli, ma chi li ricorda? Era questo il nome della tua band – capace di suonare la chitarra come la batteria, autodidatta. Anche per imparare la lingua inglese, lo slang americano, più propriamente, del quale ti impossessasti con straordinaria abilità nei lunghi anni di attività professionale presso la Texas e, più tardi, alla Micron. Una conoscenza che sapesti mettere brillantemente a frutto negli anni meravigliosi della Sebastiani: quella dei Brunamonti e dei Zampolini, ma anche dei Sojourner e dei Meely, dei Johnson, dei Kiffin, dei Zeno e dei Bryant che poterono raggiungere Rieti in virtù della tua competenza, della tua professionalità. L’amore per il basket me lo trasmise papà Ottorino – tuo fratello Daddy – che mi condusse per la prima volta ad assistere ad una partita della Snia Rieti nel 1969. Avevo soltanto 7 anni: da quel momento la palla a spicchi mi è entrata nel sangue, senza più uscirne. Ma, più avanti, sei stato tu ad inculcarmi una passione profonda e viscerale verso lo sport dei giganti. Lampley, Payne e tutti gli altri giocatori che hai saputo portare in questa piccola cittadina con un fiuto probabilmente unico che avevi ereditato – questo mi narravi – dallo straordinario Italo Di Fazi. Fino ad arrivare alla delusione più grande e cocente: la sconfitta con il Castelmaggiore – il 1° Giugno del 2000, davanti a 5000 reatini – che non ha mai digerito e che, in qualche maniera, ha contribuito ad allontanarti, almeno in parte, dalla “grande pallacanestro”. Eri innamorato del basket e non potevi non avere “l’America” nel cuore: anche per il lavoro di assoluta responsabilità che assolvevi in Texas. “I was born in San Francisco”, eri solito ripetere negli anni dell’eldorado cestistico reatino, con quell’immancabile senso di humor che sempre ha caratterizzato le tue modalità relazionali laddove: “San Francisco” stava per “San Francesco”, il quartiere più vero ma anche più umile di una Reate che non più esiste e che ti aveva dato i natali. La musica a stelle e strisce era parte di te. Negli anni della mia adolescenza mi facesti innamorare degli Hearth, Wind and Fire, di Barry White, Stevie Wonder, Billy Joel come di tanti altri: melodie e parole hanno disegnato in maniera indelebile il percorso della mia vita come dei miei amori. Negli ultimi anni il percorso delle nostre vite ci aveva un po’ allontanato, come è normale che sia, ciascuno preso dalle proprie situazioni familiari e dalla tante problematiche correlate. La notizia allarmante della malattia subdola e carogna che ti ha portato via, la notte del 22 febbraio, ci ha subito riavvicinati. Hai potuto conoscere la mia nuova e bella casetta, messa su con immani sacrifici, ho potuto deliziarti con qualcuno dei manicaretti miei e di Alessia che hai testimoniato di gradire e di apprezzare. Ma non c’è stato il tempo di andare oltre. La malattia ha progredito senza ostacoli, nonostante le molte cure, i percorsi intrapresi dalla moderna medicina. Ti sei spento lentamente, mestamente e, venerdì notte, esausto, sei tornato dal tuo “Daddy”. Ciao zio Attilio, non ti dimenticherò mai! E grazie per tutto ciò che hai saputo donarmi. (Valerio Pasquetti)

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