MONS. POMPILI, DISCORSO ALLA CITTA’: “MURA, PORTE E PONTI”

Dic 4, 2015 | Altre Notizie | 0 commenti

Discorso alla Città 2015

Mura, porte e ponti

“Chi ci separerà dall’amore di Cristo?Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Rom 8, 35)”.

La domanda che pone l’apostolo Paolo risuona questa sera alla vigilia della solennità di Santa Barbara anche per noi. Il martire come la giovane donna, il cui corpo da secoli è gelosamente custodito in questa Cattedrale, impreziosita dalla statua del Bernini, attira il nostro sguardo. In effetti, il segreto di santa Barbara che non ha indietreggiato dinanzi ai suoi carnefici, ci riguarda da vicino. Siamo tentati di abbandonarci alla cronaca triste di ogni giorno e di perdere la fiducia di vivere, figurarsi di morire! Per questo siamo qui: per ritrovare la sua energia e la sua speranza.

La testimonianza che ci è chiesta non è probabilmente quella della dott. Fossaceca che è stata brutalmente uccisa in Africa qualche giorno fa nella sua missione a favore dei bambini. Più semplicemente ci è chiesto di risvegliare l’energia e la fiducia in tempi di crisi e di sfilacciamento dei rapporti.
Si colloca in questo contesto la riflessione sulla nostra Città e sulle sue prospettive di benessere, il quale non si ricava mai solo dal Pil, ma da un insieme di fattori, che risiedono più nelle energie interiori che in quelle di natura materiale. E questo è vero sin dall’antichità: già gli spartani ritenevano che la loro città non avesse bisogno alcuno di recinzioni difensive, perché le vere mura erano i ‘petti dei cittadini’. Ancor più mi colpisce che la Roma imperiale si accontentò per secoli di una vecchia cinta muraria, quella serviana del VI secolo a. C., che era del tutto inadatta per la città e che era praticamente scomparsa nell’abitato. Solo otto secoli più tardi, a partire dal III secolo d. C. si costruirono mura più solide. Singolare coincidenza! Proprio quando le energie morali stavano estinguendosi e si avviava la catastrofe dell’Impero si cominciò ad affidarsi ai dispositivi di sicurezza esterni.

A proposito di mura, Rieti ha conservato una splendida cinta muraria (XIII secolo) che specie in questo periodo, ancor più quando scende la sera, rassicura e suscita un senso di protezione e di solidità che ci fa sentire al riparo. Tuttavia le mura da sempre sono anche un simbolo problematico, un simbolo di esclusione. Come nota lo storico F. Cardini, esse sono “fatte per dividere, per separare gli uni dagli altri, per proteggere i migliori e i paurosi dalla contaminazione”. Fortunatamente all’interno della Città non mancano porte e ponti che svolgono una funzione complementare. Sono infatti, rispetto alle mura che separano e dividono, le vie di accesso che aprono e collegano, creando snodi e contatti.
Perché mi attardo a parlare di mura e di porte? Perché se è vero che le mura restano la cifra simbolica di una città non bisogna fermarsi alla loro imponenza, ma scrutare con più attenzione le porte e i ponti che facilitano le relazioni senza le quali la città implode.
Le mura sono importanti per delimitare lo spazio, per identificare un territorio, ma sono i ponti e le porte che la rendono vivibile. Oggi corriamo il rischio di chiuderci al nostro interno, con il fatale pericolo di ripiegarci su noi stessi, diventando facile preda di un spirito fazioso che porta alla contrapposizione permanente. Se però le porte restano aperte e se i ponti sono manutenuti si creano anche le condizioni per non essere segregati mentalmente e per poter affrontare le sfide che ci sono davanti, con un respiro diverso.

Mura sono anche le posizioni di rendita storiche: l’essere (stato?) un capoluogo, la solidità di alcune attività commerciali o finanziarie, la possibilità di vivere lontano dal frastuono per ritagliarsi uno spazio incontaminato, il desiderio di creare isole pedonali per preservare il bello. Le mura sono necessarie, beninteso, ma non sono sufficienti. Solo mura producono isolamento. Ci vogliono, anzitutto, le porte che non a caso si sono moltiplicate, come opportune interruzioni. Come quando nel 1882 si realizzò la stazione ferroviaria e si demolì la parte posta di fronte. L’idea era buona, ma poi sappiamo come è andata a finire.

Cosa sono le porte, dunque? Solo le condizioni di un’apertura e di un’uscita irrinunciabili. Per questo vanno rese sempre più accessibili. Tra le tante porte tre si segnalano per il loro indicare precisi riferimenti geografici. Sono naturalmente porta romana, porta spoletina e porta interocrina. La prima conduce a Roma sulla via Salaria che era uno snodo commerciale ed economico già dai tempi precristiani. Quindi la via Spoletina che oggi si chiama Via Cintia che indirizza all’Umbria e finalmente la via Interocrina che sta per Antrodoco e che oggi si chiama porta d’Arci: dunque, la direttrice verso l’Abruzzo. Basterebbe questa eredità storica per ritrovare l’originalità della posizione geografica che fa di Rieti uno snodo naturale, anche se ancora non pienamente valorizzato. Per questo è giocoforza accelerare le infrastrutture della viabilità senza imperdonabili e ingiustificati ritardi. Se si riuscisse a migliorare la qualità delle vie di comunicazione sarebbe per la Città e per i paesi che su di essa gravitano una svolta. Su questo punto credo che più nessuno nutra dubbi.

I ponti, infine, sono una metafora suggestiva delle condizioni economiche nuove che richiedono agilità e creatività. I ponti di una volta erano pesanti e ingombranti. Oggi si richiede qualcosa che assomigli di più alla leggerezza e alla velocità tipiche del mondo moderno. Qui non posso non pensare ai giovani e alla loro possibilità di inventare forme nuove di lavoro, se debitamente supportati dal mondo economico e finanziario. Si potrebbe spaziare dall’agricoltura alla tecnologia. L’importante è dare vita a concrete possibilità, come la recente manifestazione di MakeRoad ha dimostrato, grazie all’apporto di significative realtà economiche e culturali della Città. Confermando, se ce ne fosse bisogno, che investire sui giovani è sempre una scelta indovinata e lungimirante.
La velocità significa pure che bisogna rimettersi in discussione e trovare forme differenti per creare lavoro, con la flessibilitànecessaria, dimenticando per sempre situazioni garantite ed assistite che non sono più realistiche. Ciò non toglie, evidentemente, che non si debba stare accanto a chi in questo territorio il lavoro l’ha perso. Anzi, bisogna costruire proprio grazie a questi ponti la possibilità di sostenere chi ne ha bisogno e creare opportunità nuove.

Ci sarebbe da dire ancora una parola sull’acqua, che segna il microclima della Città e sottolinea la particolare conformazione del nostro ambiente naturale. L’acqua di Rieti è la ‘fontana di Roma’, ma non può essere solo un vincolo. Il nostro territorio ha uno straordinario patrimonio idrico, unico in Europa per quantità, qualità e concentrazione e vanta una storia idraulica/agricola millenaria ed esemplare. Tutta questa ricchezza deve interpellarci su come mettere a frutto l’abbondanza di questo patrimonio che abbiamo ricevuto ‘in prestito’ e che dovremo consegnare integro e valorizzato ai nostri figli e nipoti (cfr. Laudato sii di papa Francesco). Perché ad esempio non pensare che Rieti possa diventare sede di unaEsposizione permanente (Parco/Museo) dedicato all’acqua? Penso, sogno (?) uno spazio sufficientemente ampio da accogliere la presentazione di questa risorsa non solo nel suo ciclo vitale e nei suoi elementi fondamentali (precipitazioni, sorgenti, fiumi, laghi, ecc…) ma soprattutto attraverso tutte le potenzialità di azione e di utilizzazione, sensibilizzando ai rischi derivanti da calamità naturali, che diventano tragedie solo a causa delle cattive forme di gestione.
Al di là del sogno, per beneficiare dell’acqua si richiede che ci si organizzi in modo convergente. Qualcuno nei miei primi colloqui mi ha mestamente confidato che qui, come altrove, si rischia l’alternanza… senza alternativa. Che sia una nuova forma di gattopardismo? Ciò che si richiede è invece lealtà nelle posizioni differenti, ma unità rispetto ai beni comuni da tutelare. Nel nostro tempo solo se si è capaci di fare insieme si riesce a non sprofondare nel grande marasma di un mondo economico sempre più competitivo. E perché non pensare ai possibili finanziamenti che dall’Europa giungono anche in abbondanza purché ci sia qualcuno capace di proporre progetti e di renderli esecutivi?

Santa Barbara è raffigurata nella iconografia tradizionale con accanto una torre. Per alcuni è il luogo in cui sarebbe stata segregata dal padre perché non si convertisse al cristianesimo. Per altri invece è ciò che la mise in salvo per evitare temporaneamente la violenza. In ogni caso la torre è sempre segnata da alcune porte, tre o quattro, a seconda delle rappresentazioni. Mi sembra che nel simbolo ci sia l’appello a conservare la robustezza della storia della Città, anzi ad esserne nuovamente consapevoli, e insieme ad aprire nuove porte e creare nuovi ponti: come l’accessibilità, l’invenzione di nuove forme di lavoro, facendo leva anche sull’acqua.

Paolo pone come risposta alla domanda da cui siamo partiti: “Sono persuaso che né morte né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezze, né profondità, né alcun’altra creatura potrannomai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. Questa certezza genera la fiducia necessaria anche oggi per creare insieme attraverso le mura porte e ponti.

Ci aiuti la nostra protettrice e Dio ci benedica.

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