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MONS. POMPILI INCONTRA LE COMUNITA’ NEOCATECUMENALI

“Quanta gioia ci date con la vostra presenza e con la vostra attività”. Così si esprimeva Paolo VI (1974) nel salutare i neocatecumenali. Si era nei primi anni ’70. La Chiesa viveva una stagione di crisi dentro e fuori e all’anziano Pontefice non pareva vero di incontrare credenti che senza lasciarsi condizionare dal clima di incertezza che serpeggiava ovunque, avessero a cuore di riscoprire il Vangelo attraverso un percorso di iniziazione cristiana.
I tre riferimenti della Parola, della liturgia e della Comunità si sarebbero rivelati col tempo una forma di vita cristiana che ha attratto a se’ tanti: cristiani solo di nome e, perfino, non credenti che hanno ritrovato il gusto della fede.
Il mio sentimento nel sapere che a Rieti ci sono ben 13 comunità è lo stesso di Paolo VI. Sono contento di sapere che in questi anni, da mons. Trabalzini in poi, si sia camminato in modo così deciso per rivitalizzare talune comunità parrocchiali a basso tasso di natalità della fede. Per un vescovo che comincia questa è già una buona notizia. Vorrei dire, anzi, questo è gia Vangelo perché per voi non si tratta di un libro, ma di una esperienza in prima persona.
Nel rito della ordinazione episcopale uno dei momenti più intensi è quando gli viene messo in testa il libro dei Vangeli. Significa che egli deve avere il Vangelo dentro se stesso e quindi essere un Vangelo vivente. Egli è‘sotto’ il Vangelo e tutto quello che fa deve essere in funzione del Vangelo. Per questo una domanda non deve mai abbandonarlo in qualsiasi momento e prima di qualsivoglia decisione. E la domanda è: “Quid hoc ad Evangelium?”. “Che cosa ha a che fare ciò che sto facendo o dicendo con l’annuncio evangelico?”.
Si badi non dice “cosa c’entra questo con l’evangelizzazione, ma con il Vangelo”. Perché l’evangelizzazione è una funzione della Chiesa, il Vangelo e’ la realtà primaria che sta alla base di tutto, va prima di ogni cosa vissuto e poi comunicato.
Questa preoccupazione deve essere anche quella di tutti i cristiani.
La domanda da cui partire è sempre una e una soltanto: “Quid hoc ad Evangelium?”.

2.
Se la domanda decisiva è questa, allora il Cammino deve tenerne conto per inserirsi dentro il vissuto di una chiesa locale che è poi quella in cui si vive, si lavora, si gioisce, si soffre, si lotta. La Chiesa non è un’astrazione, ma vive in un determinato spazio e in un determinato tempo. Perché Dio passa attraverso la geografia e la storia, cioè attraverso le coordinate di ogni esperienza umana.
In concreto, questo vuol dire sentire di appartenere alla Chiesa di Rieti. Se il Cammino è una possibilità di rivitalizzare la parrocchia, a maggior ragione è una possibilità per risvegliare la fede dentro la chiesa locale che ci è dato di vivere. Per me e per me voi questa è la Chiesa che vive a Rieti.
Vorrei allora dirvi grazie per quello che siete ancor prima di quello che fate. La vostra fede quotidiana irrobustisce la testimonianza di questa nostra realtà mentre si rende disponibile ai bisogni di questa realtà. Il senso della obbedienza non è un retaggio medievale che si continua a formalizzare per mantenere rapporti di buon vicinato. È una questione vitale. Solo se si ‘ascolta’ (ob-audire) si può obbedire. Diversamente ci si sentirà di volta in volta precettati, irregimentati, strumentalizzati. Tutto il contrario dell’amicizia cristiana.
Perché dico questo? Perché se i catechisti hanno il compito di scandire il ritmo dell’iniziazione cristiana, verificandone scrupolosamente con gli scrutini l’attendibilita’; ancor più spetta al vescovo verificare (episcopo significa ‘sorvegliante’) che tutto porti ad una esperienza di Chiesa.
Molteplici sono le strade per incontrare il Vangelo. Nella nostra terra ci sono stati prima i benedettini, poi i francescani coi domenicani, quindi una serie di congregazioni religiose, e oggi diverse associazioni, movimenti, gruppi ecclesiali. Anche il Cammino è una strada che conduce alla Chiesa. E i papi hanno manifestato con chiarezza questa consapevolezza.

3.
Papa Francesco con la sua consueta schiettezza ha ripetuto in diverse occasioni il suo apprezzamento. Non senza indicare alcuni aspetti su cui insieme crescere.

Il primo è:”avere la massima cura per costruire e conservare la comunione all’interno delle Chiese particolari nelle quali andrete ad operare”.
E aggiungeva: “Il Cammino ha un proprio carisma, una propria dinamica, un dono che come tutti i doni dello Spirito ha una profonda dimensione ecclesiale; questo significa mettersi in ascolto della vita delle Chiese nelle quali i vostri responsabili vi inviano”.
E concludeva: “La comunione è essenziale: a volte può essere meglio rinunciare a vivere in tutti i dettagli ciò che il vostro itinerario esigerebbe, pur di garantire l’unica comunità ecclesiale, della quale sempre dovete sentirvi parte”

Il secondo è: “la necessità di una speciale attenzione al contesto culturale”

Il terzo è: “aver cura con amore gli uni degli altri, in particolare modo dei deboli”.
E aggiungeva: “la libertà di ciascuno non deve essere forzata, e si deve rispettare anche la eventuale scelta di chi decidesse di cercare, fiori dal Cammino, altre forme di vita cristiana che lo aiutino a crescere nella risposta alla chiamata del Signore”(1 febbraio 2014).

Ora, come certo ricorderete, la stampa lesse queste tre indicazioni come tre ‘bastonate’ al Cammino. Ci fu pure in seguito una lettera del Sostituto che precisava che “propriamente non faceva riferimento esplicito alla liturgia”, ma intendeva
“salvaguardare il bene prezioso della comunione ecclesiale” (3 aprile 2014).

Più di recente (6 marzo 2015) il Papa ha riconosciuto il grande dono della Provvidenza che siete. “Oggi confermo la vostra chiamata, sostengo la vostra missione, di benedire il vostro carisma”.
Ha richiamato l’urgenza della missione che reclama una testimonianza di vita con parole accorate: “quanta solitudine, quanta sofferenza, quanta lontananza da Dio… Quanto bisogno ha l’uomo di oggi, in ogni latitudine, di sentire che Dio lo ama e che l’amore è possibile!”.
Penso che da quanto il Magistero suggerisce al più alto livello possa chiedervi tre cose.

A.
A proposito della massima cura per costruire e conservare la comunione ecclesiale nelle chiese particolari.
In una realtà di dimensioni umane come la nostra è ancora più urgente camminare insieme. Peraltro, voi siete una realtà consistente anche dal punto di vista numerico. Sarebbe strano che non vi troviate all’incrocio di quanto la chiesa locale vive. Nel concreto vi metto a parte di alcune proposte per questo avvio del mio servizio.
Si tratta di ridare a questa chiesa dalle radici profonde un nuovo slancio che metta in luce tutte le risorse di cui è stata beneficata. Il Giubileo ormai alle porte è un’ottima occasione per vivere insieme un anno che ci faccia riprendere l’iniziativa, accompagnare, festeggiare, fruttificare. Come ci ricorda la Evangeliigaudium non è il tempo della lamentazione, ma di una nuova evangelizzazione.
Come vescovo in Avvento ho intenzione di proporre una lectio per i giovani al venerdì sera e la messa festiva alla domenica pomeriggio in Cattedrale.
Poi il 13 dicembre ci sarà l’apertura della Porta Santa.
Quindi i vari mesi più che aggiungere eventi cercheranno di vivere il tempo liturgico e alcune iniziative di ambiente (giovani, ragazzi, famiglie, carcerati, lavoro, immigrati,…) saranno un modo per vivere la fede dentro le vicende quotidiane.
In gennaio si sta organizzando il Meeting dei giovani a Greccio.
Quindi a ridosso della Pasqua si vedrà insieme come celebrare il cuore dell’anno liturgico.

B.
A proposito dell’attenzione al contesto culturale voglio segnalare due aspetti. Il primo è la storia da cui veniamo che è ricca anche sotto il profilo della santità e va conosciuta. Poi una capacità di ragionare insieme sui nodi dell’atmosfera che ci circonda che è quella di un contesto di antica tradizione cristiana che ha smarrito il senso del Vangelo. Crede di conoscere ciò che ha abbandonato nei fatti. Ma non è tabula rasa. C’è un sottofondo che va tenuto presente e rimesso in movimento.

C.
A proposito, infine, dell’aver cura dei più deboli, si richiede una mobilitazione per i casi di umanità da scarto. Conosco la vostra generosità e la vostra colletta. Vorrei che vi si inseriste anche nelle dinamiche della Caritas per aiutare chi sta nel bisogno.

Camminiamo insieme.
Lasciamoci attrarre dalla parola del Vangelo di oggi, dove il Maestro esemplifica il Regno di Dio attraverso due minuscole parabole.
È somigliante ad un granello di senape Dio perché è altrettanto minuscolo, ma è carico di energia al punto che tutto si trasforma in un albero dalle larghe foglie che accoglie tutti. L’albero è quello della croce dove Gesù allarga le braccia per dare il segno di una accoglienza per tutti.
È somigliante Dio al lievito che di per se’ evoca farina andata a male, eppure il lievito è capace di fermentare tutta la pasta. Quello che sembra la pietra da scartare diventa la pietra angolare. E conferma che Cristo è ciò che può far fermentare anche oggi la pasta degli uomini.
Piccolezza e nascondimento sono la cifra di Dio. Energia e fecondità ne sono la conferma. E noi dobbiamo insieme metterci uniti dietro a Lui che è la via da seguire, di cui tutti gli altri sentieri sono un tratto che porta verso quella casa comune a cui tutti siamo destinati.

Camminiamo insieme e non ce ne pentiremo.

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