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MONS. POMPILI, MESSA CRISMALE

Messa crismale 2016
(Is 61, 1-3a.6a.8b-9; Sl 89; Ap 1, 5-8; Lc 4, 16-21)
“Gli occhi di tutti nella sinagoga, erano fissi, su di lui”. Era un sabato quando Gesù decide di recarsi nella sinagoga di Nazareth e, secondo il diritto di ogni ebreo maschio, adulto, prende l’iniziativa di leggere dal rotolo di Isaia. Quindi lo riavvolge accuratamente e si siede. E’ questo il momento in cui lo sguardo dell’assemblea tra il curioso e l’ammirato si concentra su di Lui. Ancora non ha proferito verbo, eppure tutti stanno in attesa di quello che dirà. Non potrebbe esserci migliore descrizione della Chiesa. Essa è lo sguardo verso di Lui che ci aiuta a ritrovare in un attimo chi siamo. La Chiesa, anche quella che vive a Rieti e nel reatino, “si raduna” se tiene fisso lo sguardo su di Lui e vive l’attesa di ascoltarne la parola che ora si compie nella sua persona. A che serve la Chiesa? Soltanto a rendere possibile questo incontro. Fuori di questa possibilità rischia di essere una organizzazione che si autoalimenta, che intrattiene per un po’ i ragazzi e qualche giovane, più abitualmente degli anziani, magari compie azioni di volontariato e realizza opere sociali. Ma così fan tanti! La Chiesa, al contrario, nasce ogni volta che tende l’orecchio verso il profeta, vagheggiato da Isaia, che è stato “mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore”. Non si tratta di una classe socialmente svantaggiata, ma di un gruppo di persone che vive in mezzo agli altri: sono una minoranza magari, ma restano aperti a tutti e in attesa di Dio. Ma come è possibile?
Il testo dell’Apocalisse è netto: tutto dipende da Gesù Cristo che è “il testimone fedele… (che) ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre”. E’ solo Cristo che compie il miracolo, raccogliendo in unità persone diverse, sensibilità spesso agli antipodi, esperienze contradditorie. E il Maestro è esplicito al riguardo: “Chi non raccoglie con me disperde” ( Mt, 12, 30).
Così siamo al punto decisivo: può raccogliere solo chi è raccolto. Chi è lacerato, chi vive superficialmente, dissipato in mille distrazioni, sballottato da spinte ed ambizioni, come potrebbe lui che non è raccolto, raccogliere? Solo chi è raccolto, a sua volta, raccoglie, raduna e riunisce. Vale in primo luogo per noi pastori. Raccoglimento significa sapere cosa vogliamo diventare e non sognare ogni volta qualcosa di diverso da quello che siamo chiamati a fare. Raccoglimento significa andare al punto in cui tutti si ritrovano che è solo Dio e il senso della vita. Raccoglimento significa andare in profondità e non semplicemente in estensione, moltiplicando gli impegni. E questo non può accadere senza forza di volontà, senza la pazienza, senza tendere sempre a quel centro. Per noi questo significa abbandonare una certa mentalità da single, peggio da scapolo: “faccio come voglio, non devo render conto a nessuno, vivo alla giornata”.
La gente incontrandoci attende di vedere una persona raccolta, cioè integrata e non schizzata, una personalità armonica e non nevrotica, insomma una persona dalla quale emana qualcosa del raccoglimento, del silenzio, della pace che vengono da lontano. C’è bisogno di pastori ‘raccolti’, concentrati sull’essenziale e non distratti. Specie oggi quando la società è scombussolata oltre che dal terrorismo, da problemi assillanti: il lavoro e la tenuta familiare. E spesso si fa strada la lotta di tutti contro tutti e si finisce per perdere il senso di un destino comune mentre ciascuno pensa di cavarsela per proprio conto. A maggior ragione, ne ha bisogno la nostra Chiesa che è frammentata in tante comunità, spesso piccolissime, che rischiano il senso dell’abbandono, se non c’è qualcuno che nella sua persona sappia far combaciare l’attenzione al singolo e la cura per l’insieme.
Il raccoglimento non si improvvisa però!
Il punto di partenza è abitare con se stessi. Cioè, stare in compagnia di se stessi, senza spingersi sempre fuori dal nostro habitat più generativo, che è il silenzio. Solo così ci immergeremo nel nostro servizio fatto di piccole cose, all’apparenza ripetitive, grazie alle quali però passa la vita.
Non molte cose, ma intensamente è lo stile che ne consegue. Non moltiplicare alla rinfusa le iniziative, ma agire con costanza e qualità, a cominciare dalla vita sacramentale, di cui l’olio, il pane e il vino, l’acqua sono il segno più eloquente.
E, infine, “cercare Dio”, in tutte le cose, riconoscendo la sua presenza e la sua azione nel mondo, ben prima che arriviamo noi. Lui ci precede sempre.
H. Hesse folgorato dalla figura di san Francesco ne ha fatto un originale ritratto, chissà forse pensando anche alla Valle santa. Egli scrive: “Francesco esecrava l’ozio e rivolgeva tutte le sue forze al servizio del prossimo, ma il suo animo era mite e sensibile e soffriva ogni giorno alla vista della miseria umana. Portando con sé questa ferita, si ritirava spesso in silenzio nella solitudine per lasciare che il suo cuore stanco riposasse e ringiovanisse alle sorgenti della vita. .. “ E aggiunge: “Solo ai prediletti di Dio è dato che i sensi e il cuore non invecchino e che rimangano invece per tutta la vita freschi e riconoscenti come nei bambini”.

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