MONS. POMPILI, OGGI APERTURA PORTA SANTA IN CARCERE

Dic 24, 2015 | Altre Notizie | 0 commenti

di Mons. Domenico Pompili

Manca una manciata di ore al Natale e siamo qui a condividere l’ultimo tratto dell’attesa. Poco fa un gesto semplice e silenzioso ha lasciato intendere il senso nascosto di questa festa cristiana: una porta si è aperta. Il tintinnio delle chiavi non ha preceduto la consueta serrata, ma l’apertura verso questo spazio sacro in cui ci ritroviamo. Anche se per pochi minuti questa celebrazione fa uscire verso la libertà. Nessuno si illude che con questo già domani cambieranno le vostre concrete condizioni di vita, ma la porta aperta suggerisce una speranza che non può mai essere lasciata morire. Il carcere, infatti, è una pena dura, ma contiene in sé una finalità che non può mai essere dimenticata. E cioè la vostra riabilitazione e con essa la possibilità di una vita nuova. Non si gettano le chiavi del carcere perché a ciascuno è data un’altra possibilità.
In realtà, non solo voi che scontate la pena per colpe passate, ma ogni uomo vive una condizione di reclusione che va ben oltre la semplice detenzione fisica. Ogni uomo si sente minacciato costantemente nella propria libertà e spesso la perde quando baratta la propria coscienza in nome della violenza, del denaro, della sopraffazione. Anche quando non è assicurato dalla legge resta un detenuto del proprio egoismo, prigioniero di se stesso. Da questo punto di vista voi non siete peggiori di molti di noi che siamo al di là delle sbarre. Vivete però una condizione che sembra priva di sbocchi.
Per molti aspetti non è una situazione distante da quella evocata da Isaia che non può tacere quando è in gioco la sorte del suo popolo che si sente abbandonato e devastato. Anche voi vi sentite abbandonati al vostro destino e devastati dal male che avete causato. Ma proprio a voi è rivolto l’invito surreale del profeta: “Allora, le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà. Sari una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio”. Dunque, anche per voi è riservata un’altra giustizia che Paolo davanti ai suoi correligionari increduli identifica con il Salvatore. Di Gesù, la pagina di Matteo ha messo in evidenza la singolare genealogia che vede al suo interno nomi imbarazzanti di persone che hanno commesso ogni genere di colpa e sono però l’anello che porta al Messia. Si tratta per lo più di donne straniere Tamar, Rahab, Rut e Batsabea. Tamar era incestuosa; Rahab una prostituta; Rut una straniera e vedova; Betsabea una adultera. Il fatto che siano donne e straniere dice già qualcosa. Ma quel che colpisce è che proprio queste donne siano necessarie perché veda la luce il Salvatore. Mi soffermo solo su Tamar che si finge prostituta per farsi mettere incinta dal fratello del suo sposo che l’aveva lasciata vedova senza figli. E così ottiene quel che il suocero, contraddicendo la legge del levirato, avrebbe dovuto consentirle. Ha ingannato certo, ma è più giusta del pio ebreo che l’ha violentata nella sua legittima aspettativa. Forse non pochi di voi potrebbero raccontare qualcosa di simile. Di come spesso il crimine sia la conseguenza di un torto subito. Ma quel che colpisce nella genealogia è che per Dio perfino le cose illecite secondo la legge possano diventare la strada per arrivare al Messia. Ne viene una constatazione paradossale. Anche le vostre malefatte possono essere trasformate. Non cancellate, ma trasfigurate. Non un muro che separa dagli uomini e da Dio, ma il luogo dove Dio che è Padre ci viene incontro, se sappiamo riconoscerle. Ciò che conta è convincersi che le azioni sbagliate non sono tutta la persona che le compie. Persuadersi, insomma, che il male può essere convertito se si è disposti a cambiare e ad espiare.
Ma ci vuole di incrociare lo sguardo dell’unico innocente che esista al mondo. E’ quel Bambino che protende indifeso le sue mani verso di noi. Lo stesso che da adulto penderà da una croce. Lo ha ben intuito in una canzone F. De Andrè. “Il testamento di Tito” non è altro che un esame di coscienza che il ladrone Tito fa mentre pende dalla croce a fianco di Gesù. Attraverso questo viaggio nei ricordi della sua vita Tito capisce i suoi errori. Sa benissimo tutte le schifezze che ha combinato e trova giusta la sua pena, mentre sa benissimo che Gesù sta soffrendo da innocente. E conclude: “Ma adesso che viene la sera ed il buio, mi toglie il dolore dagli occhi e scivola il sole al di là delle dune a violentare altre notti: io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore”. Egli intuisce l’amore e trova la forza di cambiare. E di fatto è il primo santo del Vangelo, il primo a cui Gesù dice che sarà con lui in Paradiso.
La porta aperta è il segno di questo amore che fa rinascere. Che trasforma l’uomo vecchio in uomo nuovo, il ladrone in santo. Varchiamola insieme e saremo liberi.

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