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VEGLIA DI PENTECOSTE, OMELIA VESCOVO POMPILI

“Nessuno mi pettina bene come il vento”. Basterebbero le parole di Alda Merini per reinterpretare la ricca sequenza di brani della Parola fin qui ascoltata nella direzione del misterioso Protagonista di questa Veglia. Non è facile parlarne perché dei Tre è il più sconosciuto. Pervade ogni cosa, ma è al di là di ogni cosa. E’ la segreta forza di attrazione dell’universo, ma resta impalpabile. Per questo nulla meglio del vento ce lo lascia intendere. Lo Spirito Santo è in noi come il gemito inesprimibile di cui ci ha parlato l’apostolo Paolo: “sappiamo che tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. Che cosa è il sospiro? E’ un attimo che ci sorprende e svela un’emozione, una paura, un rimorso, una speranza. E’ – sotto traccia – una invocazione segreta che ci dona la presenza di Dio. E quando accade ci fa ritrovare la voglia di riprendere a vivere più intensamente.

Lo Spirito è anche il vento che sospinge in avanti la chiesa. Non è un caso che alla terza interrogazione battesimale fin dall’antichità la risposta, che a breve faremo nostra, risuoni così: “Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica”. C’è, dunque, un nesso inscindibile tra lo Spirito e la Chiesa. Senza lo Spirito non c’è la Chiesa. E senza la Chiesa lo Spirito non entra nella sfera dell’esperienza umana. Per questo la Pentecoste è per così dire il compleanno della Chiesa, la sua data di nascita che porta a compimento quanto la Parola ha lasciato intendere. In breve, è Colui che supera Babele e l’incomunicabilità degli uomini che competono l’uno contro l’altro (I lettura); è Colui che fa di un’accozzaglia di persone un popolo, quello dell’Alleanza (II lettura); è Colui che profetizza sulle ossa aride nella pianura “perché rivivano” (III lettura); e, ancora, è Colui che realizzerà la profezia di Gioele: “i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni” (IV lettura).

La Chiesa nasce, dunque, dallo Spirito e solo grazie allo Spirito. Della chiesa risaltano due qualità che la definiscono: è santa e cattolica. Ora se non vogliamo nasconderci dietro ad un dito, siamo senz’altro tentati di dire che la chiesa non è né santa né cattolica. Lo stesso Vaticano II non ha esitato a parlare della chiesa peccatrice e ognuno, a partire da sé, potrebbe confermare questa sensazione. I fallimenti nel corso della sua storia sono peraltro così evidenti e ripetuti che non lasciano dubbi. Per non dire dell’altra qualità che ha a che fare col suo essere cattolica mentre è a tutti noto che essa è frazionata in molte chiese, ognuna delle quali accampa la pretesa di essere l’unica. E all’interno della nostra chiesa stessa quanti gruppi, associazioni, movimenti, esperienze, cammini sembrano staccarsi dagli altri per affermare solo se stessi? Eppure il Simbolo resta intatto, a dispetto di queste convinzioni. Anzi, si rafforza se si considera che la santità che risplende è quella di Cristo in mezzo al peccato della chiesa. Nonostante tutto, lo sconcertante intreccio di fedeltà di Dio e infedeltà dell’uomo è una prova ulteriore della realtà della grazia a chi è indegno e la conferma della misericordia. Gesù del resto si è mescolato con i peccatori, rivelando la vera natura della santità: che non è più separazione, bensì unificazione; non giudizio, ma amore redentivo. La chiesa continua questa strada sopportando e lottando. Occorre sopportare il male nostro e degli altri e insieme lottare per cambiare le cose. Ma ci vogliono entrambi questi atteggiamenti: sopportare cioè resistere alla tentazione di mollare tutto e ritirarsi in una dorata solitudine e al tempo stesso lottare, cioè edificare qualcosa di diverso e alternativo, salvaguardando l’unità come si esprime in questo momento qui e ora.

Per questa ragione il prossimo Incontro pastorale che si svolgerà il 9/10/11 settembre prossimi sarà un’occasione importante per ritrovare insieme il senso del nostro essere chiesa, lasciandoci ispirare dalle prime tre parole consegnate da papa Francesco all’indomani della sua elezione: camminare, edificare-costruire e confessare. Dobbiamo ripartire da queste tre elementari azioni. Camminare perché diversamente ci si blocca e l’aria ristagna. Edificare-costruire, cioè curare la necessaria opera di crescita di tutti che esige un nuovo entusiasmo educativo e, per questo, individuare le priorità da portare avanti. Non tratta di fare tante cose, ma di farle intensamente: non multa, sed multum! E, infine, confessare Gesù Cristo perché senza una relazione cosciente e affettiva con Lui la nostra azione si trasforma presto in un agitarsi inoperoso.
Chi ci aiuterà? Una sola cosa: l’amoris laetitia, che non è solo l’Esortazione del papa dopo il doppio sinodo sulla famiglia che verrà distribuita a tutti al termine, ma è la gioia dell’amore, che è lo Spirito in noi.
Nei prossimi giorni tantissimi a piedi si muoveranno dal Cicolano e dal Turano verso il Santuario della Trinità di Vallepietra, in coincidenza con il plenilunio. Un’antica grida recitava così: ”Nessun vada nella terra senza la luna”. Neanche noi vogliamo andare nella terra, cioè nel mondo, senza la luna, cioè, senza la chiesa. Questo e non altro è il frutto dello Spirito che ora invochiamo abbondante dall’alto.

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