La drammatica e definitiva chiusura dello stabilimento di Birra del Borgo a Borgorose, rappresenta il perfetto e spietato manifesto del paradosso che vede da un lato della bilancia i dati macroeconomici di Anheuser-Busch InBev (AB InBev), la più grande multinazionale del settore birrario al mondo e dall’altro lato Borgorose. Mentre il colosso belga-americano ha registrato un utile netto attribuibile agli azionisti che ha sfiorato i 6,8 miliardi di dollari,
27 lavoratori vengono messi alla porta, Famiglie private del proprio reddito, e un intero territorio dell’Appennino Centrale condannato a una inesorabile desertificazione industriale. Per queste persone, i miliardi di AB InBev non si sono tradotti in sviluppo, ma in una fredda e irrevocabile procedura di licenziamento collettivo.
Nel mezzo, si registra l’inerzia della Regione Lazio e dell’amministrazione provinciale di Rieti rimaste sorda agli appelli per un tavolo di crisi strutturale, e un impianto all’avanguardia trasformato in guscio vuoto. Ad aggravare la situazione vi è un ulteriore paradosso geopolitico: la vicina terra abruzzese della Marsica beneficia degli sgravi della ZES Unica, mentre Borgorose ne rimane esclusa, azzerando la trattativa per nuovi investitori e spegnendo la speranza di far rinascere il sito tramite una cooperativa di lavoratori.
La parabola di questo stabilimento e del suo marchio ripercorre vent’anni di storia della birra artigianale in Italia, muovendosi lungo una linea temporale che va dall’entusiasmo pionieristico alla dismissione industriale.
Si consuma così la fine di una parabola che ha segnato vent’anni di storia italiana, iniziata nel 2005 quando venne fondato il birrificio, creando icone come la ReAle e la Duchessa (con farro locale) e stimolando l’economia agricola del territorio. Quella scommessa portò, tra il 2009 e il 2015, all’apertura del moderno stabilimento nella Piana di Spedino, che divenne un polo occupazionale cruciale per contenere lo spopolamento della zona. La svolta che sembrò storica arrivò nell’aprile 2016 con l’acquisizione del 100% delle quote da parte di AB InBev: una mossa che spaccherà il mondo artigianale e che, tra il 2018 e il 2021, virerà la produzione verso la grande distribuzione con il lancio della lager industriale Lisa, sfilacciando il legame identitario con il territorio. I primi pesanti tagli arrivarono già nel gennaio 2022 con il licenziamento via e-mail di 42 dipendenti e lo stop al sito di Collerosso. La crisi è precipitata a giugno 2026, quando la multinazionale ha comunicato formalmente la cessazione totale delle attività per perdite strutturali, culminando a settembre 2026 nel naufragio definitivo delle trattative. La proprietà ha rifiutato la riconversione in cooperativa dei lavoratori, mentre davanti ai cancelli dello stabilimento i dipendenti hanno posizionato finte lapidi per le birre storiche.
A Borgorose e nell’intero Cicolano non restano i dividendi miliardari della multinazionale, ma uno scheletro di cemento e famiglie senza futuro
Sinistra Italiana






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