di Luigi Bernardinetti
Come anticipato nel precedente numero del 30 marzo, non risulta da nessun documento, né scritto né stampato, né tanto meno da raffigurazioni o ds alcuna immagine fotografica, che nella villa Chigi sia entrato Benito Mussolini, da solo o in compagnia, in forma ufficiale o di nascosto.. Il volgo, sempre alla ricerca di sensazioni straordinarie, definisce e talvolta attribuisce a tale edificio il nome del “tombeur de femmes” dell’epoca, ma al di là delle invenzioni di coloro a cui piace affermare che gli asini volano, nulla di più falso si può raccontare.
I pochi frequentatori della villa appartenevano ai vertici della nobiltà romana, o erano i più alti esponenti dell’enclave vaticana. Nobiltà e alti porporati che in perfetta dicotomia avevano formulato i famosi patti lateranensi del 1929, per i quali Benito Mussolini aveva molto combattuto per ricavarne un miglior contenuto di quello che poi scaturì dalla prevalente forza determinata dai contrapposti firmatari, monarchici e papalini. Poteva pertanto il Mussolini mettere piede in un edificio che puzzava di tiare e di galeri dei porporati vaticani? O di tube o cilindri dell’alta aristocrazia romana? Forse qualche componente della famiglia Petacci, in virtù del fatto che il capostipite Francesco Petacci, per lungo tempo medico personale dei pontefici dell’epoca poteva visitare o frequentare la villa. Forse qualche membro dello stesso clan, non certo la giovane Claretta, che in tal caso avrebbe creato un enorme dispiacere al suo amato Benito. Ma di tale ipotesi non v’è alcuna concreta traccia, neppure nelle tante lettere pubblicate dalla grafomane signorina Claretta.
Precisato quanto sopra, la villa creò scarsa risonanza nell’ambiente terminillese. Se talvolta alcune presenze della famiglia Chigi occupavano i suoi tappeti e le sue stanze, erano più lunghi i periodo che rimaneva chiusa, aperta solo da qualche guardiano del luogo, incaricato della sua sorveglianza. Fu anche risparmiata dai danni delle tante ville più centrali, appartenenti ai gerarchi fascisti, che subito dopo la guerra subirono il saccheggio dei residenti locali, i quali si impossessarono di quanto contenuto al loro interno. Il suo ampio scalone di legno, che metteva in comunicazione il pian terreno con il piano superiore, rimase intatto fino all’inizio degli anni Sessanta, poi anch’esso fu demolito e asportato dai niin tanto ignoti vandali locali. La successiva occupazione abusiva di pastori, italiani e non, che al suo interno dormivano insiee alle greggi degli ovini, caprini e talvolta bovini, tanto da formare uno spessore di decine di centimetri di immonda poltiglia, di putride deiezioni nei pavimenti del pian terreno, causarono il suo definitivo degrado interno ed esterno.






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