• RIETI – La Real Sebastiani regala la Coppa Italia alla Bakery Piacenza. Gli amaranto celeste, reduci da una grande semifinale vinta su Agrigento, raggiungono i 17 punti di vantaggio nel terzo quarto. Poi si spegne la luce. Ndoja e compagni si illudono di aver vinto. Piacenza, invece, non molla. Sale in cattedra Sebastian Vico. Il play italo argentino ne mette 19 nella seconda parte di gara senza che la difesa reatina sia in grado di contenerlo, neanche fosse James Harden. La conduzione tecnica amaranto celeste – nel suo complesso – palesa grave inesperienza e scarsa avvedutezza tattica. La ragione della sconfitta, in fondo, sta tutta qui. Vico è libero di colpire dalla lunga come in avvicinamento a canestro e di assistere i compagni, senza che i reatini siano capaci di inibirlo. In un amen il vantaggio si riduce, fino a scomparire del tutto. Gli avversari, il più delle volte, mettono in difficoltà la Sebastiani con la difesa tattica. Rieti non gioca mai a zona: mai! Perché? Viene da chiedersi se, in palestra, si lavori o si sia mai lavorato su questo fondamentale del basket e, soprattutto, come si sia lavorato. Un abbozzo di “zona” si percepisce soltanto dopo il terzo fallo di Ndoja che arriva presto, troppo presto. Poi più niente. Sarebbe stato sufficiente essere più vigili in fase difensiva, prendendo le distanze a Vico, magari con una difesa a uomo sull’italoargentino e gli altri a zona (box and one). E, comunque, non sta certo a chi scrive suggerire direttive in tal senso. Chi scrive, però, ha il diritto ed il dovere di commentare e di fare critica. E’ fuor di luogo, allora, che larga parte delle responsabilità di questa “mancata-vittoria” possono e devono essere addebitate alla conduzione tecnica amaranto celeste nel suo complesso.  Che già ha palesato gravi mancanze nel corso delle pregresse gare di campionato e che oggi, in occasione di questa cocente sconfitta, sono emerse in tutta evidenza. La difesa amaranto celeste – ma non è la scoperta dell’acqua calda – è cresciuta, ma sa ancora tanto di creativo. Con efficacia opinabile. Che dire, poi, dell’attacco? E’ tutto un programma. Non esiste un gioco, uno schema, un’azione tesa a liberare le tante bocche da fuoco delle quali la Sebastiani dispone. Partendo dal presupposto, ineludibile, che Rieti manca di un centro vero, un saltatore, un giocatore verticale che sia idoneo a creare spazi, a mettere caos nella difesa avversaria ed a fornire opportunità per i compagni. Nei secondi venti minuti della finale giocata e persa contro Piacenza, i canestri della compagine reatina sono affidati tutti alla verve realizzativa o assistenziale di Traini che fa le pentole ed i coperchi. Ndoja e Loschi (entrambi arrivati stanchi, troppo stanchi ai minuti decisivi per un esagerato utilizzo) non si muovono e giocano alle belle statuine, francobollati senza impaccio dai mastini di turno. Un altro italo argentino – Cena -, in forza alla Sebastiani, viene battezzato ed è libero di sparacchiare da due o da tre, con conclusioni improbabili, allo scadere dei 24 secondi, senza costrutto, senza la benché minima possibilità di centrare il bersaglio. E’ ancora Vico a siglare il primo vantaggio (non consideriamo i primissimi minuti del match) per Piacenza che era stata costretta a soccombere fino a quel momento: 63-65 quando mancano soltanto 32 secondi al suono della sirena. Proprio Cena ne combina una buona e colpisce dall’arco (finalmente!) con ancora 9 secondi da giocare e regalare a Rieti un illusorio punticino di margine (66-65). Tanto basta a Basile per commettere fallo sul giovane Udom che segna due liberi e, di fatto, dà la Coppa a Piacenza. L’ultimo possesso lo gestisce inspiegabilmente proprio Basile che sfonda in attacco, riponendo il prestigioso trofeo nella bacheca di Piacenza. Lo scoramento, in casa Real Sebastiani, è enorme. Rieti doveva e poteva vincere questa Coppa Italia. Invece, proprio nella finale, sono riemerse quelle tare che ne caratterizzano dall’avvio di stagione l’incedere e che ne hanno limitato le prestazioni. Rieti è andata bene all’esordio contro Rimini. Rieti ha fatto davvero molto e bene in semifinale, contro Agrigento. Rieti ha rovinato ogni cosa in una finale che aveva dominato, ma che ha inopinatamente gettato alle ortiche e nella quale poco o niente ha funzionato: soprattutto nei momenti topici della contesa. Difesa distratta. Attacco nullo (11 punti segnati nell’ultimo quarto contro i 17 di Piacenza). Dispiace. Però, in conclusione, è giusto così. Ha vinto la squadra che più ci ha creduto. Quella più fresca. E, soprattutto, quella che può disporre di una conduzione tecnica di grande impatto sul match. (Valerio Pasquetti)