di Francesco Aniballi
Una Sicilia d’altri tempi, un antico dialetto, arcaiche tradizioni popolari. Sono questi i cardini sui quali è stato costruito lo spettacolo di Tindaro Granata “ATROPOLAROID”, andato in scena al Teatro Flavio Vespasiano di Rieti. La piéce di Granata è stata allestita nella città sabina nell’ambito della stagione teatrale “OFF”, realizzata in collaborazione con il Gruppo Jobel, l’ATCL e rientrante nell’ambito del progetto DOMINIO PUBBLICO.
Da qualche anno parte integrante dell’offerta culturale del Vespasiano, la stagione OFF ha come intento quello di far conoscere un modo nuovo di fare teatro, di presentare una nuova drammaturgia contemporanea nella quale, ad esempio, lo spettatore non siede in platea ma nel palcoscenico. Un contatto diretto con l’attore che, stravolgendo le regole teatrali, recita di schiena al sipario che è chiuso. Ed è proprio quello che è successo durante la rappresentazione “ANTROPOLAROID”, pièce ad atto unico scritta ed interpretata da Tindaro Granata. Siciliano di Tindari, Granata lascia l’isola a 18 anni per inseguire un sogno: diventare attore. Ma, come sottolineato in un passo dello spettacolo <>. E Tindaro soffre: si arruola in marina come meccanico artigliere per un anno, poi si congeda. Raggiunge Roma. Qui svolge diversi lavori fino al momento di catarsi dopo tanto dolore, fino al raggiungimento di un sogno: diventare attore.
Peripezie della vita di un ragazzo che, però, non dimentica mai le sue origini ed il suo luogo natio: la trinacria. Un’isola che custodisce gelosamente riti, tradizioni, dialetti, storie, figure di personaggi che Tindaro porta in scena. Chi sono i personaggi? I suoi familiari: bisnonni, nonni, zii, parenti di cui si serve l’attore messinese per portare in scena figure e storie apprese dalla viva voce dei suoi antenati. Storie arcaiche che, in una etnoatropologia teatrale, diventano aedi portatori di una cultura storica che va svanendo. Un’antropologia socio – culturale che, come in un immaginario scatto dal passato, fissa, in fugaci ritratti, immagini familiari formato polaroid.
Uno spettacolo ben strutturato, dal buon ritmo e con un’interpretazione magistrale dell’attore. Con una sedia ed un bianco lenzuolo adagiato in terra a fare da scenografia, Tindaro è riuscito a trasmettere agli spettatori atmosfere siciliane comprese in un arco temporale che va dai primi del novecento ai giorni nostri. Inoltre descrive, con caratterizzazioni accurate, i suoi parenti imitandone anche i difetti e menomazioni fisiche. Ma soprattutto, la particolarità dello spettacolo risiede nella recitazione in dialetto; un dialetto siciliano di cui solo gli anziani ricordano parole e modi di dire, appreso dall’attore grazie alla bisnonna che lo iniziato a questa lingua.
Anziani, aneddoti, amore per la propria terra e per i propri “vecchi” sono gli ingredienti fondamentali di questo spettacolo che, in conclusione, ci fa capire due cose: dobbiamo sempre credere nei nostri sogni soffrendo, anche, pur di realizzarli e porre attenzione sempre alle radici, alla storia, al dialetto, ai “cunti” degli anziani perché senza radici, senza storia, senza ricordi da rammentare e tramandare difficilmente ci potrà essere un futuro.






0 commenti