LA DURA PRESA DI POSIZIONE DEL PRESIDE BARBONETTI A DIFESA DELL’ISTITUTO “FARA SABINA” DI PASSO CORESE

Giu 19, 2024 | Altre Notizie | 0 commenti

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO una nota del dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo “Fara Sabina” di Passo Corese, prof. Giovanni Luca Barbonetti, relativa alla ricostruzione dei fatti in merito ad alcuni articoli pubblicati di recente da una testata locale “riguardanti presunti disservizi, incolpando sommariamente il preside dell’istituto, i docenti e l’ufficio di segreteria. La suddetta campagna diffamatoria, oltre che ledere l’onore delle persone, danneggia gravemente la reputazione dell’istituzione scolastica creando un clima sociale di scontro a danno dei cittadini e soprattutto degli incolpevoli giovanissimi alunni. È esecrabile che un giornale riporti quasi quotidianamente fatti insignificanti raccontati in modo parziale da alcuno (al fine di creare lo scontro), che in questo modo si qualificano come veri e propri attacchi a un’istituzione rispettabile: la scuola del territorio. Questa appare dipinta come un’organizzazione di cinici delinquenti o di lavoratori totalmente incapaci di fare il proprio mestiere. Il dovere deontologico del giornalista è quello di indagare a 360 gradi sui fatti, saper distinguere il vero dal falso e pubblicare il vero, nell’interesse della comunità. Al contrario, esporre di continuo la scuola al pubblico ludibrio, anche attraverso titoli fuorvianti, ma fortemente assertivi, raccontando episodi privi di qualsivoglia rilevanza e non correttamente contestualizzati, oltre che volgare operazione di pessima moralità, si configura come vero e proprio fumus persecutionis in contrasto coi doveri deontologici del giornalista. Procediamo alla ricostruzione dei fatti, seguendo il filo rosso degli articoli pubblicati negli ultimi mesi. Mercoledì 8 maggio viene pubblicato un articolo nel quale si riporta l’episodio di una partenza ritardata di un viaggio d’istruzione, causata da problemi di sicurezza riscontrati sul pullman a seguito del controllo di Polizia richiesto dalla scuola. Invece di lodare l’attività della Direzione, volta alla tutela della sicurezza dei minori, vengono riportati i commenti malevoli di qualche genitore che dipingono la scuola come un covo di incompetenti, senza minimamente preoccuparsi di ascoltare chi quella gita l’aveva organizzata per cercare di capire la vera logica degli accadimenti. Un giornalista dedito alla corretta professione avrebbe facilmente scoperto, informandosi come da dovere deontologico e morale, che la scuola non ha alcun controllo sui pullman inviati dall’agenzia di viaggio, che viene individuata seguendo le disposizioni ministeriali; proprio per questo la preoccupazione di garantire la sicurezza attraverso un controllo di Polizia costituisce un merito della Direzione scolastica, non una colpa! Quali sono allora i motivi per la creazione di un caso irrilevante che incolpa la scuola, invece che placare gli animi inutilmente accesi da alcuni esagitati? Ma proseguiamo… Il 10 maggio altro articolo, stesso metodo, uguale disprezzo per il lavoro altrui e per la verità. Sono state pubblicate, sempre senza contraddittorio, accuse malevole e saccenti di alcuni, esposte con un titolo altisonante senza alcuna indagine, senza il benché minimo ritegno e senza ascoltare la Direzione. Un nuovo attacco riguardante la gestione dei viaggi d’istruzione degli ultimi due anni senza che il giornalista si fosse preso cura di informarsi sulle procedure che obbligatoriamente la scuola deve adottare a garanzia degli studenti. Anche in questo caso tuttavia, per comprendere l’inconsistenza malevola delle accuse, sarebbe stato sufficiente leggere i giornali cartacei o sulla rete, così da conoscere le origini delle difficoltà incontrate da tutte le scuole italiane nel periodo post Covid, giornali che avrebbero anche indicato all’estensore dell’articolo come si tratta un argomento, come si segnala un problema, senza rovesciare fango su chi lavora alacremente all’interno delle istituzioni. Il 13 maggio, insieme a due collaboratrici, ricevo in presidenza il giornalista autore degli articoli per esporre le ragioni della scuola. Nell’incontro cerco di sottolineare l’inopportunità di accogliere acriticamente le lamentele decontestualizzate di alcuni e di sottoporre la scuola del territorio a una raffica di attacchi; propongo al giornalista di recuperare le ragioni dell’istituzione, da una lettera che proprio quel giorno avevo indirizzato ai genitori e al personale. La proposta viene apparentemente accolta. Tra le ragioni da lui addotte per giustificare il suo comportamento, alcune mi hanno colpito particolarmente, lasciandomi sconcertato (in corsivo il senso delle sue affermazioni): 1. Un giornalista è tenuto a riportare sempre quanto gli viene riferito. E la verità allora? Possibile che non senta il bisogno di svolgere un minimo d’indagine? 2. Gli articoli vengono visionati dai superiori, prima della pubblicazione. Immagino che quest’ultimi non conoscano lo stato reale dei fatti, ma resta la responsabilità. 3. Se un articolo viene giudicato capace di fare colpo io lo pubblico, perché devo pagare il mutuo. Qui mi sono sentito mancare. 4. I titoli non li faccio io, ma i miei superiori. No comment. Dopo queste perle di deontologia, il giornalista accenna a un articolo che tiene in sospeso da un paio di mesi riguardante un episodio accaduto in un plesso di scuola primaria dove, a dire di alcune voci, una bambina con disabilità non era stata coinvolta nella “Foto di classe” e, siccome la cosa era seria, era restio a pubblicarla (successivamente la Direzione scoprirà che non si trattava della Foto di Classe, che invece era stata fatta dal fotografo ufficiale con tutti gli alunni – compresa la bambina disabile e che è agli atti – ma di una semplice foto amatoriale di alcuni genitori rimasti nell’istituto con i propri figli). Io e le mie collaboratrici gli diciamo di essere a conoscenza di un episodio come sommariamente raccontato, ma che lo stesso era stato trattato con ampio chiarimento dalla maestra e la madre della bambina. Questo scambio di idee, molto sommario perché espresso in margine alla discussione su un altro argomento, il giornalista lo ha trasformato in un agguato, usandolo per costruire un’intervista completamente fuorviante e decontestualizzata dalla realtà, pubblicata qualche mese dopo. Il 14 maggio esce l’articolo che comprende parte delle mie dichiarazioni sulle questioni dei pullman, ricavato dal documento consegnato al giornalista il giorno prima. Ovviamente l’articolo non ha lo spazio né la collocazione pari all’attacco, non possiede nemmeno la forza evocativa di una corretta smentita. La scuola trascinata nel fango senza motivo resta l’unico fatto nell’immaginario dei lettori. Il 31 maggio, a distanza di quattro mesi dall’evento della cosiddetta “Foto di Classe” della quale sommariamente (e ingannevolmente) mi era stato riferito, esce l’articolo del giornalista. Una bambina disabile della terza primaria esclusa dalla “Foto di Classe”, un fatto gravissimo! Lo sarebbe, se però fosse vero. Peccato per la verità che invece non lo sia, e i fatti sono andati in modo completamente diverso da come erano stati raccontati e sceneggiati dal giornalista. L’articolo parla di “Foto di Classe”, ossia della foto ufficiale della scuola realizzata da un professionista incaricato, e questo è assolutamente e documentalmente falso. Nella “Foto di Classe” infatti, realizzata da un professionista incaricato dalla scuola, la bambina è regolarmente presente; quella alla quale si riferisce il giornalista è invece una foto amatoriale occasionale scattata da un cellulare alla festa di carnevale e inviata sul gruppo WhatsApp dei genitori. Un atto individuale, spontaneo, casuale, estemporaneo e del tutto legittimo della volontà (non impedibile da nessuno) di alcuni genitori, additato strumentalmente a esempio di mancata inclusione. Il risultato è un mare di fango riversato sulla scuola e sul sottoscritto, condito di insulti pesanti sui social. Davvero un luminoso esempio di deontologia professionale.  Il 1° giugno esce un articolo che riporta un’intervista al sottoscritto mai rilasciata (come detto sopra era un colloquio sommario, informale e ingannevole su quell’argomento), basata sulle parole estorte malevolmente nella chiacchierata di qualche settimana prima di cui sopra: la dicitura fuorviante “Foto di Classe”, ha ingannato sia il sottoscritto, che i lettori. La dicitura “Foto di Classe”, proferita nel colloquio e formalmente errata, non è stata considerata dal sottoscritto in modo testuale (altrimenti lo avrei smentito e mostrato la vera “Foto di Classe”), in quanto non avrei mai pensato che egli potesse abusarne strumentalmente trasformandola artatamente nella foto ufficiale mancante della bambina, per gettare fango nell’istituzione.  In data 2 giugno insiste con un altro articolo nel quale si parla ancora di “Foto di Classe” coinvolgendo nella macchina del fango anche il Sindaco di Fara in Sabina. Nell’articolo il giornalista utilizza quella che lui chiama “l’intervista di ieri” al Dirigente scolastico; un’intervista, come detto, ricavata da un colloquio ingannevole, omettendo ancora una volta che si trattava di uno scatto amatoriale, che poteva essere stato fatto da chiunque e che non doveva immortalare alcunché di ufficiale, ma la semplice volontà di alcuni genitori di ritrarre i propri figli, cosa assolutamente legittima e senza alcuna malizia. Se il giornalista avesse avuto a cuore la verità, lo avrebbe appreso agevolmente con le corrette domande e approfondimenti.  Le conseguenze dell’articolo malevolo sono state devastanti per il tessuto sociale e per l’istituzione scolastica; dall’articolo si è scatenata una vera e propria guerra all’interno del plesso interessato, una guerra che ha investito il paese e i genitori dei bambini che frequentano la scuola. La conflittualità ha raggiunto punte di intollerabilità e la presidenza è divenuta meta di una processione di genitori che intendono dissociarsi dal contenuto dell’articolo, desiderano rettificare, e contestano apertamente quelle persone che avrebbero istigato il giornalista a pubblicare fatti assolutamente falsi. Un articolo di presunta denuncia si è trasformato in una piccola emergenza sociale, soprattutto perché intessuto di falsità e distorsioni che hanno urtato la sensibilità delle maestre e dei genitori. I docenti, i collaboratori, gli amministrativi, tutti i dipendenti dell’istituto si sono sentiti offesi da un articolo che infanga la scuola, restituendone un’immagine falsa e totalmente lontana dai princìpi che da anni ne informano l’azione educativa e didattica. Ultimo atto della vicenda il recapito al protocollo della scuola, in data 6 giugno, di un comunicato nel quale i genitori della scuola primaria dove si è verificato l’episodio della presunta esclusione prendono le distanze dai già citati articoli di giornale, auspicando di “poter tornare a uno spirito di serenità e di evitare strumentalizzazioni”. Benché si tratti di un testo volto da una parte al ripristino della verità e dall’altro a ricreare il clima di pacifica collaborazione che ha sempre contraddistinto l’istituto, il giornalista in questione ha ritenuto di opporre un secco rifiuto alla pubblicazione. Perché un giornalista accoglie acriticamente e strumentalizza un racconto fuorviante, mentre si rifiuta di pubblicare le spiegazioni dei genitori degli alunni? Quali motivi sono alla base di una scelta del genere? Alla luce di quanto sopra spiegato, e in considerazione che tutto quanto qui illustrato è supportato da chiara e incontrovertibile documentazione formale già depositata presso le istituzioni coinvolte, e quelle che ne hanno fatto richiesta a seguito, il sottoscritto con la presente ritiene di dover informare quanti in indirizzo affinché operino nel senso del corretto ripristino del decoro delle istituzioni scolastiche e della serenità nei rapporti sociali”.

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