di Massimiliano Saccucci (Pd)
Questa lettera non nasce dall’intento di un avversario che esulta, ma dal profondo senso di preoccupazione di chi, si riconosce in quei valori del progressismo e che ad oggi assiste con grande amarezza, al naufragio politico che continua a persistere a Rieti in primis e nella provincia poi.
La schiacciante vittoria di Roberta Cuneo a Fara in Sabina non può essere derubricata a incidente di percorso o a parentesi: essa rappresenta l’atto finale del crollo del centrosinistra in tutta la provincia di Rieti.
In pochissimi anni sono stati persi il Comune di Rieti, l’amministrazione Provinciale e quasi tutte le storiche roccaforti del territorio.
Si è perso il governo degli enti, ma l’aspetto più grave è lo smarrimento della propria identità e del legame con la comunità, frutto di una classe dirigente che dovrebbe mostrare più senso di responsabilità, comprendendo che, la linea tracciata in anni risulta essere oramai fallimentare.
Ciò che desta maggiore inquietitudine è la totale incapacità di esprimere un’autocritica sincera da parte dei gruppi dirigenti locali.
Di fronte a una simile disfatta istituzionale, nessuno ha avvertito il dovere politico di fare un passo indietro in questi anni.
I vertici territoriali rimangono arroccati sulle proprie posizioni, ostinati a difendere spazi ormai privi di consenso e sordi al chiarissimo segnale di sfiducia inviato dai lavoratori, dai giovani e dalle famiglie.
Questo rifiuto di cedere il passo e di avviare una reale rigenerazione ha generato un vuoto di rappresentanza spaventoso.
Intere fasce sociali sono state lasciate prive di tutele, e quel vuoto è stato inevitabilmente occupato dalla frustrazione, alimentata e canalizzata da un populismo capace di trasformare quel senso di abbandono in rabbia, portando cosi l’elettore al non voto, o ancor peggio alla protesta sintesi oramai di una rottura contro le vecchie formule.
È necessario riconoscere con franchezza le ragioni di questa distanza.
Per anni il territorio è stato amministrato con una visione burocratica e centralista, totalmente sradicata dai bisogni reali delle nostre aree interne.
Qualcuno ha sostenuto lo sviluppo della logistica e l’allargamento della Salaria senza capire l’importanza di una visione d’insieme, spaccando cosi la provincia in due velocità: da una parte una Bassa Sabina strutturalmente agganciata a Roma, dall’altra l’alto reatino, condannato a un isolamento cronico.
Si sono subiti e avallati i diktat del dimensionamento scolastico senza dire neppure una parola, dimenticando che una scuola in un piccolo comune montano non rappresenta una voce di spesa da razionalizzare, ma l’ultimo presidio civile e sociale contro lo spopolamento. Togliere o creare decremento dei servizi, significa decretare il declino, e tutto questo si è permesso che accadesse nella più completa divisione tra politica e cittadinanza.
È stata smarrita cosi la capacità di essere la voce degli ultimi, dei territori fragili, dei piccoli comuni che oggi si scoprono isolati e privi di servizi essenziali di prossimità. Il centrodestra non prevale oggi per la superiorità intrinseca delle sue proposte, ma perché occupa lo spazio sociale e umano che il centrosinistra ha colpevolmente abbandonato.
Se si vuole restituire una prospettiva credibile e un futuro all’area progressista nel reatino, l’unica scelta dignitosa e istituzionalmente corretta che rimane è quella di prendere atto del fallimento di un ciclo.
Il mio auspicio è che gli attuali vertici sappiano compiere un atto di responsabilità, liberando il campo e consentendo a nuove energie di ricostruire da zero un progetto credibile per il futuro della nostra provincia.
La schiacciante vittoria di Roberta Cuneo a Fara in Sabina non può essere derubricata a incidente di percorso o a parentesi: essa rappresenta l’atto finale del crollo del centrosinistra in tutta la provincia di Rieti.
In pochissimi anni sono stati persi il Comune di Rieti, l’amministrazione Provinciale e quasi tutte le storiche roccaforti del territorio.
Si è perso il governo degli enti, ma l’aspetto più grave è lo smarrimento della propria identità e del legame con la comunità, frutto di una classe dirigente che dovrebbe mostrare più senso di responsabilità, comprendendo che, la linea tracciata in anni risulta essere oramai fallimentare.
Ciò che desta maggiore inquietitudine è la totale incapacità di esprimere un’autocritica sincera da parte dei gruppi dirigenti locali.
Di fronte a una simile disfatta istituzionale, nessuno ha avvertito il dovere politico di fare un passo indietro in questi anni.
I vertici territoriali rimangono arroccati sulle proprie posizioni, ostinati a difendere spazi ormai privi di consenso e sordi al chiarissimo segnale di sfiducia inviato dai lavoratori, dai giovani e dalle famiglie.
Questo rifiuto di cedere il passo e di avviare una reale rigenerazione ha generato un vuoto di rappresentanza spaventoso.
Intere fasce sociali sono state lasciate prive di tutele, e quel vuoto è stato inevitabilmente occupato dalla frustrazione, alimentata e canalizzata da un populismo capace di trasformare quel senso di abbandono in rabbia, portando cosi l’elettore al non voto, o ancor peggio alla protesta sintesi oramai di una rottura contro le vecchie formule.
È necessario riconoscere con franchezza le ragioni di questa distanza.
Per anni il territorio è stato amministrato con una visione burocratica e centralista, totalmente sradicata dai bisogni reali delle nostre aree interne.
Qualcuno ha sostenuto lo sviluppo della logistica e l’allargamento della Salaria senza capire l’importanza di una visione d’insieme, spaccando cosi la provincia in due velocità: da una parte una Bassa Sabina strutturalmente agganciata a Roma, dall’altra l’alto reatino, condannato a un isolamento cronico.
Si sono subiti e avallati i diktat del dimensionamento scolastico senza dire neppure una parola, dimenticando che una scuola in un piccolo comune montano non rappresenta una voce di spesa da razionalizzare, ma l’ultimo presidio civile e sociale contro lo spopolamento. Togliere o creare decremento dei servizi, significa decretare il declino, e tutto questo si è permesso che accadesse nella più completa divisione tra politica e cittadinanza.
È stata smarrita cosi la capacità di essere la voce degli ultimi, dei territori fragili, dei piccoli comuni che oggi si scoprono isolati e privi di servizi essenziali di prossimità. Il centrodestra non prevale oggi per la superiorità intrinseca delle sue proposte, ma perché occupa lo spazio sociale e umano che il centrosinistra ha colpevolmente abbandonato.
Se si vuole restituire una prospettiva credibile e un futuro all’area progressista nel reatino, l’unica scelta dignitosa e istituzionalmente corretta che rimane è quella di prendere atto del fallimento di un ciclo.
Il mio auspicio è che gli attuali vertici sappiano compiere un atto di responsabilità, liberando il campo e consentendo a nuove energie di ricostruire da zero un progetto credibile per il futuro della nostra provincia.






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